Libri tradotti — “Quaranta frustate meno una”

Inizio subito con una dichiarazione (d’amore): nonostante io traduca ormai da 27 anni (ohibò!) e abbia tradotto più di 60 romanzi (ullallà!), essere stato scelto da Einaudi come traduttore ufficiale di Elmore Leonard è forse il più grande traguardo che io abbia raggiunto nella mia carriera di traduttore.

Forty Lashes Less OneE questo per svariati motivi,  in primis la mia ammirazione assoluta e totale per l’autore. Elmore Leonard è uno dei miei idoli (non sono certo l’unico a pensarla così: in mia compagnia ci sono mostri sacri del calibro di Stephen King, Quentin Tarantino, Don Winslow, Saul Bellow e tantissimi altri) e poterlo tradurre in italiano è un onore grandissimo… oltre che una responsabilità non indifferente.

Un altro dei motivi per cui Elmore Leonard è la medaglia d’oro appuntata al mio petto professionale (me la tiro sempre, non posso farne a meno) è che è maledettamente difficile da tradurre.

Alcuni passaggi dello stile scarno, scoppiettante, parlatissimo di Leonard possono trasformarsi in veri e propri incubi quando si deve renderli in una lingua complessa, stratificata e verbosa come l’italiano.

E, di conseguenza, tradurre un romanzo di Leonard è anche incredibilmente affascinante.

Il libro di cui parlo oggi, Forty Lashes Less One (titolo tradotto fedelmente — deo gratias! — da Einaudi con Quaranta frustate meno una) è uscito nel 1972 ed è il quarto romanzo di Leonard che traduco (gli altri, se volete, li potete trovare elencati nella pagina “Libri e Traduzioni”). Forty Lashes Less One fa parte del filone western della narrativa di Leonard, un genere che E. L. ha scavato a fondo, traendone — mio parere personale — alcune delle pagine più riuscite di tutta la sua immensa produzione narrativa.

L’autore

“Il Mozart del turpiloquio, il Cole Porter della parola motherfucker”, è stato definito splendidamente dal romanziere Philip Hensher nell’articolo “Elmore Leonard, My Hero” uscito sul Guardian nell’agosto del 2013, a pochi mesi dalla morte del Maestro.

Elmore Leonard
Elmore Leonard

Autore di 45 romanzi, 5 raccolte di racconti e un numero enorme di racconti pubblicati singolarmente, Elmore Leonard ha visto ben 26 dei suoi lavori adattati per il grande o piccolo schermo, tra cui il film Jackie Brown di Quentin Tarantino (tratto dal romanzo Rum Punch, tradotto da me con il titolo Punch al rum) e la serie TV Justified, tratta dalle storie di Raylan Givens (il romanzo Raylan, edito in Italia da Einaudi con lo stesso titolo, è un’altra delle opere di Leonard che ho tradotto io). Alcuni suoi romanzi, come The Big Bounce, Fifty-two Pickup e Get Shorty sono stati portati sullo schermo addirittura due volte.

La sola idea di tratteggiare qui, su questo sito, una biografia eaustiva di uno degli autori più prolifici e influenti della letteratura americana è abbastanza ridicola. Molto meglio dirigervi alla pagina Wikipedia dedicata a Leonard — presente sia in inglese che in italiano, o al suo sito web ufficiale, www.elmoreleonard.com.

La storia

Quaranta frustate meno una è il nono romanzo di Leonard, pubblicato per la prima volta nel 1972. Quentin Tarantino ne ha acquisito i diritti per realizzare una serie TV, di cui però ancora si sa poco o nulla.

Il titolo è una citazione biblica: si riferisce alla flagellazione di Cristo, che ricevette “una meno di quaranta frustate” (dalla Seconda lettera di San Paolo ai Corinzi, 11:24) — in realtà un numero simbolico: per la legge ebraica la punizione massima era di quaranta frustate (Deuteronomio, 25:1-3), e quindi gli ebrei comminavano trentanove frustate per evitare di infrangere la legge.

Ambientato nel West che più Far West non si può (siamo ai primi del Novecento nell’epico carcere di Yuma — tanto iconico da essere stato scelto per una delle scene più drammatiche di Westworld), Quaranta frustate meno una è sia una storia western che la storia di un’improbabile amicizia.

Carcere di Yuma
Il carcere di Yuma, ora diventato parco nazionale

Quaranta Frustate Meno Una

In un’epoca in cui il colore della pelle è ancora una fortissima discriminante, nel violento e spietato carcere di Yuma si ritrovano, entrambi condannati per omicidio, l’apache della tribù dei Chiricahua Raymond San Carlos e l’ex soldato di colore Harold Jackson. I due, oltre a essere i detenuti più odiati e maltrattati dell’intero carcere, si detestano a vicenda — fino a che, vittime entrambi dello stesso tirannico carcerato, non si ritrovano rinchiusi contemporaneamente nella cella d’isolamento.

Da lì nascerà tra loro un’amicizia dapprima esitante che andrà cementandosi sempre più.

In un susseguirsi di colpi di scena (lo so che è una frase fatta, ma davvero non voglio rovinarvi nulla di questo splendido romanzo dotato di un ritmo infernale, nemmeno con uno dei miei consueti “spoiler alert” apribili a fisarmonica), Harold e Raymond finiranno per cavalcare nel deserto alla caccia di un gruppo di detenuti evasi con il beneplacito del direttore pro-tempore del carcere, il cristiano devoto Signor Manly.

Il finale è epico, appassionante, divertente… e ha una particolarità che è propria solo dei grandi romanzi: ti fa saltare sulla sedia e agitare il pugno nell’aria perché — che diamine! — giustizia è stata fatta.

E no, gente: non vi racconto altro.

La scrittura

Anche tentare di riassumere in poche righe la scrittura, il ritmo e lo stile di Leonard è impresa che non si adatta alle dimensioni di un sito web come questo.

Mi sento solo di sottolinearne alcuni aspetti.

La scrittura di Elmore Leonard è lineare, scarna, feroce. I suoi dialoghi (elemento in cui eccelle, forse pareggiato soltanto da Joe R. Lansdale) hanno fatto scuola, basati come sono sul parlato — anzi, come ho detto prima, sul parlatissimo.

Quando si leggono (e ancor di più quando si traducono) i suoi dialoghi, si ha la netta impressione di sentire i personaggi che parlano. Contrariamente all’opinione comune, Leonard usa ben poco slang: i suoi dialoghi diventano “popolari” e “bassi” soltanto perché si rifanno al parlato quotidiano dei suoi personaggi (quasi sempre duri uomini di legge o incalliti criminali).

In una delle sue frasi più felici sulla scrittura, Elmore Leonard ha detto: “If it sounds like writing, I rewrite it.” Ovvero: “Se suona come qualcosa di scritto, lo riscrivo.”

CitazioneStraordinario, in tal senso, è il suo libro 10 Rules of Writing (“Dieci regole di scrittura”, purtroppo inedito in Italia).

Ve ne cito un paio tra le più interessanti — e tra le più utili per comprendere la sua filosofia di scrittura.

Never open a book with weather. If it’s only to create atmosphere, and not a character’s reaction to the weather, you don’t want to go on too long. Ovvero: “Mai aprire un libro parlando del tempo. Se è soltanto per creare l’atmosfera, e non una reazione del personaggio alle condizioni meteorologiche, è molto meglio se non vi dilungate troppo.”

E ancora: Never use a verb other than «said» to carry dialogue. The line of dialogue belongs to the character; the verb is the writer sticking his nose in. Ovvero: “Non usate mai un altro verbo al posto di «disse» per portare avanti un dialogo. Le linee di dialogo appartengono al personaggio; il verbo è lo scrittore che ficca il naso dove non dovrebbe.”

Le Dieci Regole — nell’attesa, ahimé temo vana, che il libro venga tradotto in Italia — potete trovarle riassunte qui, nell’articolo del Guardian “Elmore Leonard’s Rules for Writers”.

Cowboy al tramonto

La traduzione

Tenendo in considerazione ciò che ho appena scritto, la traduzione di Quaranta frustate meno una è stata difficile e, al tempo stesso, stimolante e divertente.

Tra le “Dieci Regole” citate qui sopra (vi consiglio davvero di andarvele a leggere tutte nell’articolo che ho linkato), di sicuro quella che più dà fastidio in italiano è quella del “disse”. In inglese, infatti, le ripetizioni sono molto meno pesanti e invasive, all’orecchio, di quanto non siano in italiano — e trovarsi di fronte a pagine e pagine di dialoghi in cui il verbo said viene ripetuto più o meno a ogni riga è snervante — perché, oltretutto, sai che, se lo cambi, stai andando contro all’esplicito volere dell’autore.

Ciò nonostante, la rapidità del ritmo narrativo tenuto da Leonard costituisce, al contrario di quanto si possa immaginare, una facilitazione piuttosto che un intoppo — questo specialmente dopo che si è riusciti a trovare “la voce” dell’autore, quell’elemento sfuggente che è determinante ai fini di un lavoro efficace. Purtroppo, non accade mai subito: ci vuole sempre qualche decina di pagine prima che “la voce” dell’autore tradotto faccia clic nel cervello di chi traduce. Da quel momento in avanti, tutto diventa più semplice.

Come ho già fatto negli articoli precedenti simili a questo, riporto qui di seguito un brano che, a mio parere, può rappresentare al meglio il processo di traduzione — questa volta, data la lunghezza dell’articolo, ne riporto uno soltanto.

È un passaggio a inizio romanzo in cui il Signor Manly, appena arrivato a Yuma, entra in contatto (e noi con lui) con il razzismo imperante nella prigione.

”I guess I’m just not used to your ways”, Mr. Manly said. “I mean prison ways.” He could feel the silence again among the darkened stone buildings and high walls. The turnkey walked off toward the empty, lighted area by the main gate. Mr. Manly had to step quickly to catch up with him. “I believe a man should have a chance to prove himself first”, he said, “before he’s judged.”
“They’re judged before they get here.”
“But putting leg-irons on them—”
[…] “This Harold Jackson”, Fisher said. “Maybe you didn’t hear him. He killed a man. He didn’t miss Sunday school. He beat a man to death with an iron pipe.”
“I know — I heard him.”
“That’s the kind of people we get here. Lot of them. They come in, we don’t know what’s on their minds. We don’t know if they’re going to behave or cause trouble or try and run or try and kill somebody else.”
“I understand that part all right.”
“Some of them we got to show right away who’s running this place.”
Mr. Manly was frowning. “But this boy Harold Jackson, he seemed all right. He was polite, said yes-sir to you. Why’d you put leg-irons on him?”
Now it was Fisher’s turn to look puzzled.
“You saw him same as I did.”
“I don’t know what you mean.”
“I mean he’s a nigger, ain’t he?”
'Forty Lashes Less One', Chapter 1

Passaggio che io ho tradotto così:

“Immagino di non essere abituato ai vostri metodi”, disse il signor Manly. “Intendo ai metodi del carcere.” Poteva sentire il silenzio calare di nuovo su di loro tra gli edifici in pietra e le alte mura della prigione. Il carceriere si incamminò verso la zona illuminata e deserta nei pressi del cancello principale. Il signor Manly dovette accelerare il passo per raggiungerlo. “Voglio dire che io credo che un uomo prima debba avere la possibilità di dimostrare qualcosa”, disse, “prima di essere giudicato.”
“L’hanno giudicato prima che arrivasse qui.”
“Ma mettergli addosso le catene—”
[…] “Quell’Harold Jackson”, disse. “Forse lei non l’ha sentito. Ha ucciso un uomo. Non è che ha saltato il catechismo. Ha picchiato un uomo a morte con un tubo di ferro.”
“Lo so… l’ho sentito.”
“Questo è il genere di persone che abbiamo qui. Ce n’è un sacco, di persone così. Quando entrano, non sappiamo che cosa gli passa per la mente. Non sappiamo se hanno intenzione di comportarsi bene o di creare problemi e tentare di scappare e magari di uccidere qualcun altro.”
“Questa parte la capisco benissimo.”
“Ad alcuni di loro dobbiamo far vedere subito chi è che comanda, qui.”
Il signor Manly si accigliò. “Ma questo ragazzo, Harold Jackson, sembrava a posto. Era educato, ha detto sissignore. Perché gli avete messo le catene ai piedi?”
Ora fu il turno di Fisher di sembrare perplesso. “L’ha visto proprio come l’ho visto io.”
“Non capisco cosa intende dire.”
“Voglio dire che è un negro, o no?”
'Quaranta frustate meno una', Capitolo 1

Non voglio aggiungere altro, se non che, grazie alla possibilità offerta da Amazon, cliccando sull’anteprima qui sotto potete leggere un ampio estratto di Quaranta frustate meno una:

Conclusioni

Elmore Leonard è sempre un piacere da tradurre. Ma — cosa che immagino interessi di più a voi — è sempre un piacere da leggere.

Quaranta frustate meno una è un romanzo appassionante, divertente, ricco di colpi di scena, con i dialoghi a raffica che sono diventati il marchio di fabbrica di Leonard e un’ambientazione straordinaria.

C’è chi la pensa diversamente, ma io ritengo che la produzione western di Elmore Leonard non abbia nulla da invidiare al resto delle sue opere.

Voi sappiatemi dire.

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(Se non li avete ancora letti, forse vi possono interessare gli altri articoli su alcuni dei libri che ho tradotto: “The Portable Veblen” di Elizabeth McKenzie, “The Making of Donald Trump” di David Cay Johnston e “La casa in fondo al viale” di Ollie Hoverton)

 

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