Vaping Review — Wotofo Bravo RTA

Da gennaio 2017 — più o meno quando è nato questo sito — ho smesso di fumare, dopo 41 anni di schiavitù. Fondamentale, per far sì che riuscissi dove avevo sempre fallito, è stato l’uso della sigaretta elettronica. È diventata parte importante della mia vita e — ovviamente — è finita subito sotto attacco da parte del governo, con tassazioni assurde e devastanti. Per questo voglio usare, di tanto in tanto, questo sito web per diffondere la cultura del vaping, pubblicando recensioni e impressioni su attrezzature, dispositivi e liquidi. Se avete qualsiasi domanda, non esitate a chiedere nei commenti.
vaping ingiustizia
Tassazione criminale

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Era così tanto tempo che aspettavo il Wotofo Bravo (dopo aver impiegato solo 6 miracolosi giorni per attraversare il mondo, è rimasto per quasi un mese smarrito nei meandri delle Poste Italiane), che non appena l’ho avuto tra le mani non ho potuto fare a meno di provarlo subito.

Questa è la mia presentazione dell’ultimo nato di casa Wotofo, il Bravo RTA (a detta di molti, tra cui il mio reviewer preferito, l’adorabile scozzese Vic Mullin di “Vaping with Vic”, il miglior RTA attualmente in commercio), nonché le mie impressioni d’uso — e anche qualche consiglio sulla rigenerazione dello stesso.

Ma procediamo con ordine.

Confezione e suo contenuto

Confezione del BravoIl Wotofo Bravo arriva in una confezione compatta e “pesante”. Si intuisce subito che la dotazione sarà ricca, e infatti…

All’interno della confezione troviamo, nella parte superiore:

  • L’atomizzatore (okay, questa ve la potevo anche risparmiare)
  • Ben tre vetri (uno standard pre-installato, un altro standard di riserva e un vetro “bombato” che ne aumenta la capacità da 4,5 a ben 6 ml)
  • Un driptip 810 in resina, di buonissima qualità e di ottima fattura
  • Un adattatore per montare i vostri driptip 510

(Da notare che l’atomizzatore arriva corredato da una stupidaggine in silicone che ne riduce la capacità a 2ml per ottemperare ai deliri della TPD europea, per fortuna immediatamente rimovibile — che però ha il suo perché: nemmeno volendo avrei potuto pensare a un modo migliore per proteggere il vetro durante il volo transoceanico e, soprattutto, i maneggiamenti delle poste italiane — che ci avranno fatto, in un mese, lo sanno soltanto loro.)

E, nella parte inferiore (sollevando l’imbottitura):

  • Tre bustine Wotofo contenenti un pezzo di cotone organico, viti, post e oring di ricambio e tre coil Alien prefatte (di cui non si trova da nessuna parte l’indicazione del materiale con cui sono state realizzate)
  • Manualetto in tante lingue, compreso l’italiano (wow)
  • Un cacciavitino a croce, ovviamente perfettamente in misura con le viti del deck
  • L’ovvio certificato di autenticità
  • Un adesivo “Vape Wotofo” — lo appiccicherò sulla macchina, tanto è già tamarra di suo

Contenuto della confezione

L’atomizzatore

Wotofo Bravo
Coppia di fatto: Bravo e Tesla Punk

La prima cosa che si nota è l’estrema compattezza: il Wotofo Bravo misura 5 centimetri esatti (drip tip compreso), e ci si chiede subito come possa contenere 4,5 ml di liquido (o addirittura 6 ml se si adopera il vetro bombato) — ma l’arcano lo si scopre in seguito. Le finiture sono ottime, le parti zigrinate sono funzionali, oltre che estetiche: sono estremamente ruvide e permettono una facile presa su tutti i punti-chiave dell’atom (ghiera per la regolazione dell’aria, top-cap, campana interna).

Io ho preso la versione gun metal (la seconda da sinistra nell’immagine di copertina) perché volevo abbinarlo alla mia adorata Tesla Punk: ebbene, il colore è perfetto, ben distribuito, e dà l’impressione di avere per le mani un tank ben più costoso.

Devo annotare che mi è arrivato con un fortissimo odore di olio-macchina: ci sono voluti cinque cicli da tre minuti nel pulitore a ultrasuoni (tenete conto che non uso detergenti se non una goccia di detersivo per piatti) per liberarmene completamente, a cui ho fatto seguire altri due cicli di lavaggio in semplice acqua per risciacquare bene il tutto.

Il tank ha un diametro di 25 mm, cosa che lo rende esteticamente perfetto per quasi tutte le box che possiedo.

Di seguito la fotografia dell’atom “esploso” (mancano i vetri, ma tanto non si sarebbero visti molto bene). Dall’alto in basso: Top cap, Drip tip, Build deck e Campana.

Elementi dell'atomizzatore

Il deck

Il deck ha dimensioni generose ed è davvero comodo (parlo di “libertà di movimento”). I post sono sopraelevati e, come potete intuire dalla fotografia nel dettaglio, lavorano per “gravità”: quando si allentano le viti, i post “cadono” verso il basso creando lo spazio per l’inserimento delle coil.

Il deck del Bravo
Il deck del Bravo

Qui però, almeno per i rigeneratori inesperti, iniziano i problemi. Le coil si dividono lo spazio e devono essere sovrapposte, specialmente se si usano coil ampie e complesse. Nonostante mi abbia infastidito non poco che Wotofo non abbia specificato da nessuna parte di che materiale siano le coil in dotazione, ho voluto comunque usare quelle — più che altro per metterle (e soprattutto mettermi) alla prova.

Coil in dotazione
Le coil Alien in dotazione

(Si tratta di tre coil Alien da 0,26 Ohm l’una — perché tre? Beh, vista la difficoltà, immagino che Wotofo ne abbia messa una di… riserva, nell’eventualità tutt’altro che remota di combinare qualche casino con la prima build)

Quindi… okay, è vero, non sono espertissimo… ma la rigenerazione non è facile. Risulta quasi impossibile inserire le coil senza tagliarle in precedenza, e quindi è necessario prima inserire una coil, sistemarla nel punto giusto, tagliare le eccedenze… poi prenderla, metterla su una punta o sul coil-gig, avvicinargli l’altra e tagliare le gambette della seconda alla stessa lunghezza. Solo allora è possibile andare a inserirle nei post e serrare le viti (non senza qualche imprecazione), avendo l’accortezza di tenerle ben ferme su entrambi i lati mentre si compie il serraggio (peraltro c’è da dire che le viti sono robustissime e danno un’impressione di grande solidità).

Comunque consolatevi: se ci sono riuscito io, che rigenero da un trimestre o poco più, sono sicuro che ci riuscirete anche voi senza alcun problema.

Alla fine ho ottenuto una resistenza piuttosto bassa (0,12 Ohm), dopo aver raddrizzato bene le coil e averle poste esattamente sopra i fori dell’aria.

Analizzando meglio il deck, notiamo immediatamente la “strana” angolazione dei fori per il passaggio dell’aria [foto 1]. Sono tagliati in modo da presentarsi diagonalmente rispetto alle coil. Ora, non sono esperto, né ho alcuna dimestichezza con le specifiche costruttive di un atomizzatore, ma suppongo che lo scopo sia quello di avere una minima parte di aria che passa “dietro” le coil (la parte diritta dei fori) e una parte più consistente di aria che, aperta a “ventaglio” dal taglio diagonale, gira sotto le coil dopo averle investite in pieno e risale poi dalla parte opposta.

Il flusso dell'aria
Foto 1

Nella fotografia che segue [foto 2] spero si vedano anche gli ampi fori per il cotone. Sono come piacciono a me: quattro fori separati che vanno a “pescare” in una camera sottostante molto più ampia di quanto avevo immaginato vedendo l’atomizzatore dall’esterno (ed ecco spiegato l’arcano della capienza abbondante: nel “pozzetto” ci sta almeno 1 ml di liquido, se non qualcosa di più.

Wotofo Bravo
Foto 2

Cotonare

Ogni volta che uso questo verbo mi vengono in mente le acconciature dei Duran-Duran, ma vabbe’…

Per questa prima rigenerazione del Bravo ho usato il fido Cotton Bacon V2 (per i tank tendo a preferirlo al Kendo Gold, che invece uso sui dripper come il Goon e il Druga). Non sono un genio del cotone, quindi mi sono guardato svariati video sul tubo (DJLSB, il già citato Vic Mullin, Mike Vapes) e bene o male tutti dicevano la stessa cosa… quindi ho fatto come loro.

Soliti baffi, solito arrotolamento, infilato nei 3mm delle coil in dotazione e poi “diradato” con le pinzette per rendere il cotone più “spumoso”. L’ho tagliato in corrispondenza del deck (visto dall’alto), ovvero più o meno un centimetro di cotone da ogni lato.

Disposizione del cotone nelle coil
Lunghezza del cotone

Al contrario di quanto faccio di solito, ho infilato il cotone nei fori ancora asciutto. Questo perché volevo essere assolutamente certo di averlo tagliato alla lunghezza giusta. Secondo i guru summenzionati, infatti, il cotone deve essere soltanto “appoggiato” sui fori, e assolutamente non raggiungere la base del deck. Deve sporgere di non più di 2, massimo 3 millimetri dai fori di pescaggio del liquido.

Ecco come deve essere il cotone per evitare perdite e per pescare il liquido al meglio dall’ampio pozzetto sottostante:

Cotone

Una volta ottenuto questo risultato, solite cose: bagnato il cotone, attivato le coil, ribagnato… eccetera eccetera. Non devo certo raccontarlo a voi.

Una cosa, però, è bene che vi racconti: avete presente quello che dicono tutti di fare — e che è sempre buona prassi mettere in pratica — quando si ha a che fare con tank in “stile Genesis” (altrimenti detti GTA, tanto per incasinare ancora di più la pletora di acronimi del vaping)? La regoletta è quella di avvitare la campana prima di trasferire tutto sulla box per verificare che non ci siano cortocircuiti in caso qualcosa (un frammentucolo di coil) tocchi la campana stessa. Ebbene, per quanti sforzi io abbia fatto, il risultato era sempre lo stesso: atomizer shorted. Maledizione. Ho tentato di capire cosa potesse provocare il corto, ma niente… finché non ho avuto l’illuminazione — eureka!

Essendo impossibile — le avevo provate tutte — che fossero le coil a toccare la campana, mi sono reso conto che potevano essere soltanto… i post. Quindi, il lampo di genio: contrariamente a quanto faccio con gli altri atomizzatori costruiti allo stesso modo (Siren, Zeus eccetera), ho infilato il vetro prima di avvitare la campana per verificare. Ebbene, a quanto pare il vetro fa sì che la campana stessa rimanga più sollevata di un millimetro, forse due… problema risolto, nessun contatto tra post “sopraelevati” e la campana del Bravo.

Quindi ricordate: senza vetro, l’atomizzatore è talmente compatto che la campana va a toccare la sommità dei post, dandovi… be’, ovviamente un corto.

Wotofo Bravo
Grandi prestazioni, ma molto compatto

Impressioni d’uso

C’è poco da dire. Il mio amato nerd scozzese Vic ha ragione: è il miglior tank che possiedo. Gli ho caricato un liquido che conosco benissimo e che amo alla follia, Shinobi di Valkiria (70VG/30PG). Ebbene, al contrario di quanto accade con gli altri tank in mio possesso, fin dal primissimo tiro (intendo proprio il primo) ho avvertito distintamente tutte le componenti del liquido: il fico d’india, il lime, lo zucchero… da liquido semplicemente buonissimo (de gustibus, ovviamente), lo Shinobi è diventato complesso e sfaccettato.

Nonostante la build decisamente spinta (0,12 Ohm), io non amo il vapore troppo caldo, quindi ho settato la box per avere un vapore tiepido come piace a me. Pensavo erroneamente di trovare la quadra intorno ai 90 watt, ma il vapore era troppo caldo e l’aroma si perdeva in un assalto di vapore senza molto senso. Calando via via, ho trovato lo “sweet spot” tra i 60 e i 70 watt. A questi valori il vapore arriva appena tiepido, e questo nonostante le dimensioni molto contenute del tank.

La resa aromatica è sorprendente: di sicuro superiore al TFV8 e al Moradin, il Bravo se la gioca tranquillamente con un mostro sacro (per me) come l’Arco II (che però ha dalla sua coil eccezionali — prefatte). Lo metto un pelino sotto l’Aromamizer Plus, ma bisogna tener conto che le dimensioni del “piccolo gigante” di SteamCrave (eh già, ora c’è il Titan…) rendono tutto più facile.

Tirando le somme

Facciamo il solito (e utilissimo) giochino dei pro e dei contro.

I pro del Wotofo Bravo sono davvero molti:

  • Esteticamente molto piacevole
  • La compattezza
  • La qualità costruttiva
  • La resa aromatica soprendente (anche con coil “ignoranti” come quelle date in dotazione da Wotofo)
  • La capacità del tank (specialmente con il vetro bombato): 6 ml non sono pochi, permettono di usarlo a lungo senza fare refill
  • La dotazione (tre vetri non sono da tutti)
  • Il prezzo (in Oriente lo si trova incredibilmente sotto i 30 euro, vedremo quando sarà disponibile in Italia quale sarà il prezzo, ma suppongo non supererà i 40/45)

Inoltre, se rigenerato come si deve, non perde una goccia (l’ho “maltrattato”, tenuto sdraiato apposta, a testa in giù, ho fatto refill a caldo… niente, asciutto come il sahara). Esiste però un problema di “seeping” (trasudamento): la condensa tende ad accumularsi e, quando l’atom si raffredda, la parte sottostante diventa leggermente umida. Niente di trascendentale, per carità, ma mi sembrava doveroso segnalarlo.

Ebbene sì, il Wotofo Bravo ha anche dei contro:

  • Non è facile da rigenerare, specialmente per i meno esperti
  • La storia della campana e del corto-circuito mi ha indispettito: la tolleranza è davvero minima, basta un niente e i post vanno a toccare, e buonanotte
  • Nonostante il flusso del vapore sia lineare e per niente turbolento, è rumoroso: con l’aria tutta aperta emette un “fischio” davvero fastidioso.

A quest’ultimo problema ho trovato una soluzione (in realtà l’ha trovata Mike Vapes…): basta chiudere di un terzo i fori dell’aria. In realtà non cambia quasi nulla, perché i fori interni sono molto più piccoli di quelli esterni. Il flusso d’aria non si riduce (se non in modo impercettibile), e il fischio odioso scompare del tutto. Così facendo, la base dell’atom si riscalda un poco di più… ma tanto poco che non ce ne si accorge nemmeno.

(Nella foto che segue — mi scuso, ho scritto male la capienza, non è 5,5ml ma 6 — ecco come va chiuso il foro dell’aria per evitare di farlo fischiare come una teiera.)

Chiudere l'aria

Conclusioni

Lo consiglio? Accidenti, sì! Assolutamente sì. E lo scrivo anche in grassetto: assolutamente sì. Ovviamente dovete apprezzare i tank e i wattaggi elevati (per fortuna c’è ancora qualcuno, là fuori) — ma rimarrete impressionati. Un cosino così piccolo, e una resa tanto grande. Vale il doppio dei soldi che costa… in altre parole, ci sono atomizzatori che valgono la metà del Bravo e che costano il doppio

Sono molto soddisfatto. Io, e pure la mia scimmia, che l’ha aspettato disperata per un mese sapendolo già a Milano. E’ stata dura, ma alla fine ce l’abbiamo fatta.

Okay, la chiudo qui. Spero di esservi stato utile… e vi ricordo: per qualsiasi domanda, usate i commenti qui sotto.

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