Scrivere per la TV — Intervista a Maria Grazia Cassalia

Locandina della serie TV "Soma"

Maria Grazia Cassalia, una vita divisa tra Roma e Milano, è una sceneggiatrice, principalmente. Dico “principalmente” perché, in realtà, MG (così la chiamano gli amici, o i conoscenti, o i pigri come me) fa anche tantissime altre cose: ha scritto per il teatro, ha un romanzo nel cassetto (forse due) e, soprattutto, insegna.

Tra i suoi lavori più importanti come sceneggiatrice, non si può non segnalare il poliziesco La Squadra (due episodi) e indi la seconda serie (in realtà più uno spin-off), La Nuova Squadra, a cui Maria Grazia Cassalia ha collaborato continuativamente dal 2008. Ma, soprattutto, la bellissima (e poco conosciuta, purtroppo), Soma — serie a tema fantastico con protagonista un fotografo i cui sogni sembrano prendere vita — se vi capita, trovatela e guardatevela, ne vale la pena.

Brochure di presentazione del corso di sceneggiatura di MG Cassalia

Ma, come dicevo, MG fa anche tante altre cose. Non ultima tra le sue attività, infatti — anche se ultima in ordine di tempo — c’è Storie da guardare, un corso di sceneggiatura e scrittura rivolto alle donne (ci spiegherà poi lei il motivo nell’intervista che segue) che avrà inizio il 23 febbraio alla LUD (Libera Università delle Donne) di Milano.

Se cliccate qui potete scaricare il programma del corso in PDF. E vi ci metto pure un bottoncino, tanto per essere ridondante.

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Ho trovato la cosa molto interessante, in primis perché una delle mie attività principali è proprio quella di insegnare scrittura, e poi perché ho conosciuto MG proprio a uno dei miei corsi di scrittura creativa. Quindi, non appena ho saputo del suo corso, mi è venuto spontaneo…

Okay, ma qui stiamo perdendo tempo e diventando eccessivi con la ridondanza. Perché di questa, e di tante altre cose, parliamo nell’intervista.

E intervista sia, quindi.

Maria Grazia Cassalia - primo piano
Questa è una delle rare fotografie esistenti di MG Cassalia

The Interview

SM: La prima domanda è talmente scontata da essere ormai un classico. Quando hai cominciato a scrivere?

MG: Tranquillo, non è affatto una domanda scontata, e infatti non me l’ero mai chiesto. Quindi, anzi, grazie di avermela suggerita perché mi hai innescato una serie di riflessioni che penso mi accompagneranno nei prossimi giorni. La risposta breve è non lo so. Quella medio-lunga è che scoprire di non sapere quando ho cominciato a scrivere in effetti mi sorprende. Eppure, anche scandagliando bene, un momento preciso non riesco trovarlo. Un minuto prima la scrittura non c’era (a voler escludere – e, onestamente, io lo farei – i temi di scuola), il minuto dopo scrivevo frasette, poesiole, raccontini, spesse volte senza manco un finale, e sempre bruttissimi (cosicché ho avuto il piacere di fare la conoscenza del mio Critico Interiore, che è un SIGNOR critico interiore). Poi ho cominciato a volere disperatamente una stilografica. Due minuti. Prima no, poi sì. Dove e quando siano collocati quei due minuti, però, per me è come ricostruire una puntata di Lost. Quindi boh. Anche se l’impressione che ne ho è di aver scoperto all’improvviso qualcosa che era già lì, anche se non lo sapevo (esattamente come una qualunque puntata di Lost).

SM: Hai scritto e realizzato tante cose. A quale dei progetti a cui hai lavorato sei più affezionata, e perché?

MG: In generale scrivere, per me, è molto importante, quindi sono decisamente legata a tutti i progetti cui ho partecipato. Ci sono stati quelli che mi hanno dato molta soddisfazione e quelli che la soddisfazione l’hanno incenerita a minuto zero.  Ma in ogni caso il legame viene dal fatto di aver potuto fare una cosa che amo, mettendoci tutto quello che avevo da metterci. Poi ovviamente c’è sempre quel pizzico di narcisismo, o nostalgia, non so: visto che scrivere prevede sempre di infilare un po’ di sé sulla pagina, una volta che sei lì, spalmata tra le righe, il legame è indissolubile.

Se però devo scegliere due esperienze precise, scelgo quelle che mi hanno fatto più paura: il mio primo lavoro e l’ultimo. Il primo è arrivato poco dopo il diploma in Sceneggiatura al Centro Sperimentale di Cinematografia di Milano, quando Donatella Diamanti e Mario Cristiani, i due head writer de La Squadra (poliziesco di grande successo in onda su RaiTre) mi hanno affidato una puntata della serie, facendo una cosa per niente scontata: scommettere su un’esordiente. Dal nulla, avevo improvvisamente davanti una prima serata e cento minuti da riempire con le mie parole, i miei dialoghi, le mie scelte narrative.  Va da sé che ho fatto l’unica cosa che c’era da fare: sono andata nel panico. Loro mi parlavano e io sentivo solo suoni in ugro-finnico e lo sciabordare dell’acqua che avevo nel cervello. Sono andata avanti così cinque giorni di fila. Per fortuna gli head writer e lo story editor, Giorgio Grossi, con cui lavoravo hanno avuto pazienza (o comunque hanno finto egregiamente), perché a un certo punto, improvvisamente, qualcosa si è sciolto e alla fine è venuta fuori una puntata di cui sono potuta andare orgogliosa. Credevo che sarei morta in corso d’opera, invece è stato una specie di rito di passaggio. Qualcosa che ha avuto a che fare con la paura di espormi e mostrare il mio lavoro. Una cosa che poi ho scoperto succedere a quasi tutti quelli che scelgono di mettere là fuori la propria arte.

Rassegna teatrale di cui MG Cassalia ha curato la sceneggiatura

L’ultimo progetto invece è stato anche la mia prima esperienza come drammaturga, quando Donatella Diamanti mi ha chiesto di scrivere a quattro mani la nuova produzione di teatro ragazzi 2015-16 per La Città del Teatro di Cascina. Un’altra prima volta. Stesso panico. Solo che stavolta me lo sono sfangato in mezza giornata, poi mi sono messa al lavoro. Da lì è nata la commedia Me & Te – Una piccola storia d’amore, per la regia di Letizia Pardi. Uno spettacolo che mi e ci ha dato (e non ha ancora finito) moltissime soddisfazioni.

Queste due esperienze sono proprio speciali per me, mi hanno insegnato che la paura, per quanto scomoda, non è necessariamente infinita, né necessariamente letale.

SM: Io di sceneggiatura, e di scrittura per il video, so poco o nulla. Anzi, più nulla che poco. Quali sono le differenze più grandi tra scrivere per il video e scrivere per un libro, un romanzo, eccetera?

MG: La differenza più grande è quella per cui il video pretende una grandissima attenzione, be’… per il video. Audio incluso.

In un romanzo o in un racconto nessuno può impedirci di lasciarci andare a lunghe descrizioni, flussi di coscienza, passaggi in cui ascoltiamo i pensieri di un personaggio o, perché no, di un animale, di un oggetto.

In una sceneggiatura, testo che nasce con il fine preciso di trasformarsi in immagine, tutto deve trovare espressione visiva e sonora. Al cinema o in TV il senso e l’emozione si ricavano da quello che riusciamo a sentire e vedere, a far sentire e a far vedere (o, per contro, a non-vedere, perché anche ciò che si sceglie di non mostrare e di lasciare, per esempio, fuori campo collabora a costruire significato). Ovviamente anche in video è possibile raccontare cosa c’è nella mente di un personaggio, solo che raramente riusciamo a farlo con gli stessi strumenti della narrazione basata sull’uso della sola parola scritta per essere letta. Quando si parla di video, è sempre necessario quindi andare alla ricerca di modi per rendere visibile quello che, di per sé, visibile non è, di renderlo immagine: in generale, il personaggio deve poter agire i propri stati d’animo ed eventualmente, possiamo sostenerlo con il contesto (oggetti, altri personaggi, l’ambiente, che già da solo viene spesso utilizzato in assonanza o in dissonanza con lo stato emotivo di un personaggio; un classico è la giornata di pioggia che va a sottolineare la tristezza), possiamo usare suoni, rumori, colonne sonore, persino il silenzio. Se non riusciamo in questa ricerca già in fase di scrittura, paghiamo pegno: intenzioni, emozioni, motivazioni – che sono alla base di ogni storia – in video diventano incomprensibili, oppure terribilmente noiosi. Sarà per questo che il tormentone dello sceneggiatore è Che se vede?

SM: Una delle cose che noto più spesso nei miei corsi di scrittura è che negli autori italiani manca quasi del tutto l’elemento visivo. Sembra quasi che non ce l’abbiamo, nel nostro DNA di narratori. Ti è capitato di notare la stessa cosa anche nei tuoi corsi?

MG Cassalia - primo piano in bianco e nero
Un’altra rarissima fotografia di MG Cassalia

MG: Certamente. All’inizio dei miei corsi, le persone arrivano e raramente sono abituate a cogliere la connessione tra parola, immagine e senso. Questo è assolutamente normale perché le storie – e mi si perdoni il sentore retorico – sono come la vita, ovvero stratificate, fatte di molti piani e ingredienti che, intrecciandosi, a patto che si intreccino bene, restituiscono una sensazione di complessità e verità. Nelle storie ci sono le parole e ci sono le immagini, ci sono i suoni, e questo a prescindere dal mezzo espressivo – sia esso scrittura narrativa, sceneggiatura, drammaturgia – così come nella realtà ci sono le cose che diciamo e quelle che facciamo, c’è quello che vediamo e che mostriamo, o che scegliamo di non vedere o di non mostrare, e tutto questo coesiste anche se molto spesso non ne siamo consapevoli, perché non siamo abituati a cogliere da cosa derivano le nostre impressioni. Un esempio classico è quando parliamo con qualcuno e abbiamo la sensazione che quello che ci sta dicendo non sia esattamente la verità, la sensazione che qualcosa strida, che non torni. Ma raramente sappiamo dire con esattezza da cosa ricaviamo questa sensazione. Bisogna prestare una certa attenzione per cogliere contemporaneamente tutti i livelli, e alcune persone hanno una sensibilità particolare per questo. Altre meno. Ma io credo che prestare attenzione sia qualcosa che si può imparare. Certo ci vuole intenzione, ed è per questo che nelle mie lezioni cerco di dedicare molto tempo ad aiutare le persone a sviluppare un’attenzione maggiore alla visione, al visivo, ma anche ai dialoghi, al sottotesto e a tutto quello che accade (che è molto) in una scena.

Quindi per quanto riguarda il DNA dei narratori cui fai riferimento, be’, ovviamente ognuno ha uno stile proprio e non necessariamente questo stile  deve per forza comprendere il visivo. Sembra che qui io stia dicendo che il mondo è bello perché è vario, e in effetti è esattamente quello che sto dicendo, però devo ammettere che, io personalmente, come lettrice e spettatrice, ho un debole per le storie che mi chiedono non solo di capire, ma anche di vedere e mi aiutano ad andare in questa direzione, perché quando insieme alla mia mente sono coinvolti anche i miei sensi trovo che il racconto diventi estremamente potente, soprattutto emotivamente, e quando si attivano le emozioni di chi legge o guarda, allora credo che riusciamo a risuonare in modo molto più profondo con le storie nelle quali entriamo.

SM: Secondo te, per quale motivo le serie TV italiane — con l’eccezione, che tutti speriamo sia un trend, delle recenti Gomorra, Romanzo Criminale e (in parte) The Young Pope — sono così diverse in confronto a quelle USA? Voglio dire, prendiamo una serie “normale” della FOX… una delle meno entusiasmanti. Diciamo Le regole del delitto perfetto, che è carina, sì, ma senza infamia e senza lode. Eppure, non è possibile nemmeno abbozzare un confronto con la maggior parte delle serie italiane… e non stiamo parlando di Westworld o The Walking Dead. Approfitto del fatto che tu sei una “addetta ai lavori” per provare a soddisfare una mia curiosità… anzi, un tarlo che mi rode da sempre: questa differenza abissale — nel ritmo, nell’azione, nella capacità di tenere lo spettatore incollato allo schermo — è dovuta a scelte editoriali precise? Voglio dire, stiamo ancora soffrendo del retaggio dell’audience di Don Matteo o Il Maresciallo Rocca?

MG: Una risposta possibile alla tua domanda potrebbe (e forse dovrebbe) prendere in considerazione il concetto di audience, i dati statistici sugli ascolti, le caratteristiche dei pubblici di riferimento, quello che chi produce sa o pensa di sapere di questi pubblici (che ci piaccia o no, questi elementi sono molto importanti per fare scelte commerciali sensate e non autolesioniste; ovviamente nessuno sano di mente desidererebbe investire tempo, denaro e risorse per fare un flop). Purtroppo non sono un’esperta di analisi del pubblico e so abbastanza poco anche di dati percentuali, quindi ti rispondo su un altro fronte, che secondo me sta abbastanza a monte di statistiche e risultati. Ti rispondo parlando ancora di emozione e complessità.

La mia impressione generale è che da un lato facciamo (e per noi intendo noi italiani, ma non siamo certo i soli) molta fatica a entrare in contatto con le nostre emozioni. È qualcosa di cui tendiamo a non parlare, spesso nemmeno a noi stessi, e del quale siamo anche spesso poco consapevoli. Mostrare le proprie emozioni, a meno che non siano quelle poche considerate maggiormente accettabili, come la rabbia (a patto che non sia eccessiva) lo consideriamo ancora un segno di debolezza o di instabilità.

Fotogramma da "Soma", serie TV - sceneggiatura di MG Cassalia
Un altro fotogramma da “Soma”

Quando si parla di scrittura, però, un certo livello di contatto con le emozioni, proprie e altrui, una certa capacità empatica nei confronti dei propri personaggi, anche quelli che non ci piacciono e che sono i più lontani da noi, credo che sia fondamentale. Credo anche che sia l’unica via per scrivere personaggi, e quindi storie, complessi, pluridimensionali, con le stesse contraddizioni che hanno le persone nella realtà. Cercare di evitare o essere a disagio con questo contatto emotivo credo produca personaggi che più facilmente corrono il rischio di bidimensionalità, di minore complessità. Spesso diventano personaggi più scritti, ovvero che lasciano trapelare l’intervento di chi scrive. Questo ovviamente tende a produrre maggiore semplificazione nelle storie, e spesso questa semplificazione è ritenuta un vantaggio, qualcosa cui mirare, perché si immagina che gli spettatori a casa siano alla ricerca di svago dopo una giornata infernale e che quindi non siano disposti a confrontarsi con la complessità, anche se è più vicina al reale, e forse proprio perché è troppo vicina al reale. Sinceramente io non so se sia davvero così, è sicuramente una possibilità, tuttavia credo fortemente che un personaggio più complesso (che non vuol dire complicato) e profondo (che non vuol dire insondabile) non sia più difficile da capire, ma anzi più semplice, perché ognuno di noi ha quella stessa complessità e profondità, le stesse contraddizioni. Un personaggio così è un personaggio che ci assomiglia di più, non di meno, quindi la comprensione che possiamo avere di quel personaggio/storia non rimane tutta affidata al livello mentale, ma diventa comprensione emotiva, a volte persino empatia, due cose che richiedono certamente presenza e attenzione, ma non grande impegno mentale in senso proprio. Se una storia è ben costruita in termini emotivi (e in questo gli americani, come notavi tu, sono maestri) ci cattura, non c’è molto che dobbiamo fare se non lasciarci andare e goderci quello che sentiamo oltre a quello che vediamo. Se così non fosse nessuno riderebbe e piangerebbe più davanti a un film o leggendo un libro.

SM: Ci siamo conosciuti quando hai fatto uno dei miei corsi di scrittura. Ora ti ritrovo dall’altra parte della barricata: che cosa ti ha fatto venire voglia di trasmettere la tua esperienza agli altri?

MG: Faccio una premessa: credo nella formazione permanente. Cerco continuamente cose nuove da imparare o modi di approfondire quelle di cui so già qualcosa, e questo principalmente per tre ragioni: 1. imparare mi dà la sensazione di andare avanti, di progredire, e questo per me è estremamente importante, perché so cosa vuol dire sentirsi fermi, bloccati nella propria vita ed è un’esperienza molto dura che può essere ammorbidita uscendo dalla propria zona di comfort e lanciandosi in cose nuove; 2. mi annoio facile, quindi cerco continuamente cose che mi incuriosiscano (di questi tempi è la calligrafia, per esempio); 3. sono tendenzialmente insicura, quindi per me imparare, o imparare meglio, è fondamentale perché mi aiuta con le mie insicurezze.

Ora, con quest’ultima caratteristica, si può immaginare facilmente che razza di travaglio interiore io abbia dovuto attraversare prima di scavalcare la barricata dell’insegnamento, come la chiami tu. Per molto tempo ho pensato che non ne sapevo abbastanza, d’altra parte per insegnare si deve sapere tutto no? Poi con un processo medio-lungo di patteggiamento tra me e me, ho pensato che, pur non sapendo tutto, forse sapevo abbastanza e soprattutto avevo abbastanza, ovvero passione per il mio lavoro e per le storie ben raccontate. È questo che ho avuto voglia di mettere in campo insegnando. Insieme, ovviamente, a tutto quello che insegnando imparo, sia sulla scrittura sia, più in generale, sulla creatività, mia e altrui, e questo per me è davvero prezioso.

SM: Ora stai per iniziare un corso alla Libera Università delle Donne. Io, come ho già detto, non so una mazza di scrittura per il video. Vorrei partecipare, ma sono uomo. Potrei provare a definirmi gender fluid, ma non so se funzionerebbe… perché solo per donne?

MG: No, provare a definirti gender fluid non funzionerebbe in effetti. Potresti provare a essere gender fluid, però, in quel caso parliamone…

Sì, i miei corsi si rivolgono alle donne e questo è stato un mio desiderio molto chiaro fin da subito, quando ancora piagnucolavo sulla mia incompetenza come insegnante. Perché? Boh, chiamiamolo empowerment femminile, o come ci pare, ma mi piace l’idea di agevolare le donne a raccontare le loro storie in uno spazio a loro dedicato. È qualcosa in cui investo molto volentieri le mie energie e da cui imparo moltissimo, come scrittrice e come donna.

Comunque qualcuno mi ha suggerito di dire anche che non escludo in futuro di organizzare corsi che comprendano gli uomini. In effetti non lo escludo.

SM: A quali progetti stai lavorando attualmente? E — sai che su questa cosa sono di parte — c’è anche un romanzo nel tuo futuro?

MG: Una delle cose più interessanti alle quali sto lavorando in questo momento è il progetto Teatro Utile dell’Accademia dei Filodrammatici di Milano che da diversi anni riflette sul tema delle migrazioni. Quest’anno, insieme con altri drammaturghi, registi e attori – coordinati dal drammaturgo Renato Gabrielli e dalla regista Tiziana Bergamaschi – stiamo lavorando in particolar modo sul tema dell’empatia, sul mettersi nei panni dell’altro. Un tema forte e complesso che mi e ci richiede un grande lavoro di ricerca e di racconto che speriamo possa dare i suoi frutti nello spettacolo che ne deriverà e che debutterà nel luglio prossimo.

Per quanto riguarda invece l’area romanzo, posso dire che c’è. O meglio, più che esserci, vorrebbe esserci. Purtroppo sono io la sola responsabile di questa nascita posticipata, principalmente perché è una storia che mi sta facendo ammattire, così io cerco di renderle pan per focaccia ignorandola a fasi alterne e poi mettendomi in ginocchio per farmi perdonare, e lei alla fine mi perdona, come accade in tutte le coppie che in qualche modo comunque funzionano. Così voglio avere fiducia che prima o poi, anche noi, io e la mia storia, riusciremo a funzionare.

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Ringrazio di cuore MG Cassalia per la disponibilità.

E ricordo a tutti (ehm… a tutte) che il corso di MG alla LUD di Milano inizierà il prossimo 23 febbraio — se volete partecipare, affrettatevi.

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