Enabilitate

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Enabilitate, dissero. E voi comprenderete che noi, d’altro canto, non potevamo che affrontare imberbi le colline scoscese, e di là scendere a valle, raschiandoci il sedere sugli arbusti e i rovi, ché d’autunno eravamo, e di more non ce n’erano, i frutti dico, e rimanevano d’esse solo le spine.

“E meno male”, m’avrebbe detto la moglie, una volta tornato a casa, che s’era stufata, poverina, di raschiar stucco di bacche dal fondo dei miei pantaloni. Che poi si ficcava nelle coste del velluto, e da lì era assai più difficile toglierlo, così mi diceva lei. E io non potevo che crederle, donna che era. E capire, capire che a sfregar velluto a coste, prima o poi, le mani s’intristiscono e ai sentimenti vengono i calli.

Capire, questa cosa strana. Capire, a volte impossibile. E mentre il tramonto scendeva al di sotto della cima del monte, io scivolavo, e mancavo le more, e pensierosamente mi pungevo il culo.

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