Racconto — Il mio capitano

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Papà, ma è verde!

Questa è stata la cosa più incredibile della prima volta che mio padre mi ha portato a San Siro. Avevo sei anni e, dopo esserci arrampicati sulle rampe che portavano ai “popolari” — eh no, mio padre ai “distinti” non ci voleva proprio andare — siamo usciti da quel piccolo tunnel e io sono rimasto senza fiato.

Senza fiato c’era rimasto anche lui, che — ma io non lo sapevo — già allora soffriva di cuore: a un certo punto, ricordo, mentre salivamo una scala dopo l’altra, si è fermato e ha preso una pastiglia. Di quelle pastiglie, anche a sei anni, conoscevo già il nome, una parola complicata, dal suono un po’ strano: Trinitrina. “Non dire niente alla mamma”, mi aveva detto e poi, dopo un po’, avevamo ricominciato a salire.

E alla fine siamo sbucati lassù. In cima al mondo. Non c’era ancora il terzo anello, ovviamente, ma si vedeva il Duomo, da là sopra. “Guarda la Madonnina”, mi disse papà, che era molto devoto. “Bella”, risposi, ma i miei occhi erano da tutt’altra parte. Giù, in basso, c’era il prato. E, santo dio, era verde.

Ora, è vero che io sono sempre stato un cittadino, che il mio quartiere di Milano era uno di quelli tutti cemento-e-ferro, ma non è che non avessi mai visto un prato: a parte il Parco Lambro, andavamo pure in Veneto da mia zia Gigia ogni estate, e ci stavamo due mesi, e quella era davvero campagna, con lunghe distese piattissime a perdita d’occhio ovunque ci si voltasse.

Ma il prato di San Siro? No. Oddio, sapevo che era verde — mica ero scemo, anzi, ero il primo della classe, il classico secchione — ma… così verde? No, così tanto verde no. Per me, il prato di San Siro era grigino, perché era quello il “colore” che vedevamo sempre sul nostro Brionvega il mercoledì sera, quando c’era Mercoledì Sport e c’erano le Coppe.

Ci siamo seduti sulle gradinate. E poi una voce enorme ha detto qualcosa sugli Estintori Meteor. E poi è cominciata la partita. La prima cosa che ho chiesto a mio padre, non appena i giocatori sono entrati in campo, è stata: “Qual è Facchetti?”

“Quello là”, mi ha indicato mio padre.

Ma, dall’alto dei “popolari” erano tutti uguali. Troppo piccoli, là in basso. Erano tutti uguali, sì, ma Facchetti era diverso. L’ho riconosciuto subito, e non solo perché riuscivo a leggere il 3 bianco sulla schiena. L’ho riconosciuto subito perché aveva quel modo di muoversi, sempre a testa alta, come se sapesse prima dove voleva andare. “Si muove come un cavallo”, diceva sempre mio padre: dovete sapere che per mio padre i cavalli erano speciali. Lui adorava la carne, ma sarebbe morto di fame prima di mangiare una bistecca di cavallo — che allora usavano molto.

Li disegnava, nel tempo libero, i cavalli. Ci andava anche, ogni tanto, ma non è che poteva andarci sul serio, perché una caduta poteva anche danneggiargli una mano, e questo sarebbe stato un disastro.

Perché mio padre con le mani ci lavorava. Era un pianista, mio padre. Suonava il pianoforte tutto il giorno, dalla mattina appena sveglio fino alle dieci di sera, quando il regolamento condominiale imponeva di smettere. Oltre a questo, era anche un direttore d’orchestra: due o tre volte l’anno andava via per due settimane, o tre, o anche un mese. Quelle erano le turné (era così che pensavo si scrivesse, a sei anni).

E faceva un mestiere un po’ particolare, quello che in gergo si chiama ripassatore: mio padre era quello da cui i grandi cantanti andavano per rifinire le sfumature prima delle esibizioni alla Scala o in qualche altro teatro importante. Ed era anche molto severo. Metteva tutti in soggezione. Quando ero piccolo, ho visto gente del calibro di Placido Domingo e Mario del Monaco starsene zitti e buoni a farsi rimproverare da mio padre.

Era serissimo. Quando lavorava con questi grandi cantanti, noi bambini — io, mia sorella e, più tardi, il mio fratellino — non potevamo proprio disturbarlo. Mai.

Con una eccezione. Una sola. Quando giocava l’Inter, io ero incaricato di fare le luci. “Fare le luci” voleva dire far lampeggiare, da fuori, le luci dello studio — perché poteva essere che stessero registrando le arie o le romanze, La donna è mobile o Una furtiva lagrima, e allora far lampeggiare le luci era l’unico modo.

Quando, ascoltando “Tutto il calcio minuto per minuto”, la nostra Inter segnava un gol, o ne prendeva uno, io facevo le luci. A volte usciva subito, mio padre, altre volte — se stava registrando (“incidendo”, diceva lui) — passavano un paio di minuti.

Ma poi, immancabilmente, sentivo il piano che smetteva di suonare, sentivo la voce che smetteva di cantare — siete mai stati nella stessa stanza con un tenore, o una soprano? La loro potenza vocale fa paura, credetemi: vi fanno male le orecchie, da tanto è l’urto sonoro che questi fenomeni riescono a far uscire dal diaframma — e mio padre metteva la testa fuori. “Quanto? Chi?” e io gli dicevo il risultato e chi aveva segnato.

Sapevano tutti di questa sua passione. Una volta un cantante — non ricordo chi, mi sembra Leo Nucci, ma forse mi sbaglio — era arrivato portandogli in regalo una sciarpa dell’Inter. A lui la sciarpa, a noi bambini uova di Pasqua con la carta nerazzurra.

Sapevano che, così, lo facevano felice… anche se lui — a loro — non lo dava mai a vedere.

Ah, vero. Mio padre suonava anche l’organo, alla Chiesa di Casoretto, un organo bellissimo del Settecento. E, siccome era molto devoto e praticante, in Quaresima, che le messe non erano né suonate né cantate, c’erano le uniche domeniche in cui potevamo andare a divertirci da qualche parte, solo che mio padre scriveva al Vescovo e aspettava la dispensa — una lettera che gli permetteva di divertirsi — e il Vescovo, vista la sua dedizione, gliela dava sempre.

Per questo quel giorno, a San Siro, era una domenica di Quaresima. Non ricordo la data, ma di questo sono stra-sicuro. E no, non sono i miei ricordi che hanno abbellito il tutto, lo ricordo benissimo: il cielo era azzurro senza nemmeno una nuvola. E il prato era verde, di un verde che non avevo mai visto. E Facchetti, con la fascia di capitano al braccio, scendeva giù vicino alla linea del fallo laterale, muovendosi con la grazia di un cavallo di razza.

“Lo vedi cosa fa?” mi diceva mio padre ogni tanto. “È dappertutto, prima in difesa, poi in attacco. Lui è il giocatore che nessun altro ha.”

Io guardavo, rapito. Non solo da Facchetti, ma da tutto: lo stadio, la folla, il cielo, il prato. L’intervallo fu lunghissimo. Non finiva mai. Volevo che l’Inter tornasse in campo.

E alla fine, accidenti, quella partita l’abbiamo persa. Non ricordo chi segnò, ma mancavano pochi minuti alla fine. Inter-Ascoli 0-1.

Ce ne siamo tornati a casa. Ero felice lo stesso, anche se mi scocciava di non aver potuto urlare gooool! nemmeno una volta. Ma le immagini, i colori, i suoni, gli Estintori Meteor, quello spazio immenso — non immaginavo che uno stadio potesse essere così grande — mi occupavano la mente per intero. Siamo saliti sulla Simca 1000 (ricordo ancora la targa, pensate: MI F9 3919) e penso di non essere stato zitto nemmeno un minuto nell’oretta scarsa di viaggio per tornare a Lambrate.

Ogni papà è il più grande di tutti

Per me, mio papà era l’uomo più grande del mondo. Quindi, quando mi diceva, davanti al Brionvega, “quello è un grande uomo” parlando di Giacinto Facchetti, io lo stavo ad ascoltare, sì, ed ero anche d’accordo con lui, ma… be’, lui era meglio.

È divertente pensare che per Gianfelice Facchetti suo padre fosse mille volte migliore del mio. E che per il mio amico Giovanni suo padre — il lattaio dove andavo tutte le mattine a comprare… be’, il latte — era mille volte migliore del mio e di Giacinto Facchetti. Se ci pensate, è troppo giusto che sia così. È bello.

“Non è solo un grande calciatore, è un grande uomo”, mi diceva mio padre quando guardavamo l’Inter alla televisione.

“Ma lui… be’, papà, lui gioca”, ricordo di avergli detto una volta. “Il suo lavoro è giocare.”

Lui mi aveva sorriso. Con noi sorrideva molto, con i cantanti zero. Ma proprio zero, eh? “Lui fa felice un sacco di gente. Tutti quelli che tifano Inter, o la Nazionale, sono felici quando lo guardano.”

“Ma anche tu fai felice la gente”, ho continuato. Non volevo mollare il colpo. Pensavo ai concerti, alle opere, alla gente che applaudiva quando, calato il sipario, mio padre e tutti gli altri si inchinavano sul palco.

E mio padre ridacchiò. “Eh, ma lui ne fa felice molta di più.”

E poi mi spiegava perché, se hai tanta gente che è felice per quello che fai, allora non basta tirare calci a un pallone. Bisogna anche essere qualcos’altro. Qualcosa di più. “Secondo te, perché lui è il capitano e gli altri no?”

“Non lo so.”

“Perché rappresenta dei valori. È un grande uomo, non è solo un grande calciatore.” E poi se ne è venuto fuori con una cosa da bauscia, così strana per il suo modo di fare solito che forse è proprio per questo che me la ricordo così bene. “Lui è perfetto per l’Inter, perché gli interisti sono gente migliore. Come lui.”

E poi abbiamo continuato a guardare la partita, e alla fine — quella volta sì — abbiamo vinto, anche se il prato (non di San Siro, a quell’epoca non trasmettevano le partite se abitavi a Milano, “con l’esclusione della zona di Milano”, diceva l’annunciatrice) era grigino e non verde, e quindi non era la stessa cosa.

Maledetta Quaresima

E poi arriva. Il momento che cambia la mia vita. Mio padre muore, di domenica, una domenica di Quaresima. All’improvviso. Si spegne a metà di una frase, così. Un secondo prima c’è, il secondo dopo no. A quarantanove anni, meno di quanti ne ho io adesso, a pochi mesi da quello che — si vociferava, in famiglia, a bassa voce per scaramanzia — sarebbe stato il suo debutto alla Scala come direttore. Era il 13 marzo 1977 e quel pomeriggio dovevamo andare a San Siro, c’era Inter-Torino, me l’aveva promesso. Dispensa vescovile ricevuta, tutto okay dalla Curia.

Io avevo dieci anni e mezzo (così dicono i bambini), quasi undici. Nel marasma totale, gente che viene, gente che va, cantanti che fanno la fila per le condoglianze, parenti scesi da Legnago (provincia di Verona), mio zio che arriva di corsa dagli Stati Uniti, passano due giorni e io quasi non me ne accorgo, che sono passati due giorni.

E poi, era martedì o mercoledì, credo — mio zio era già arrivato dagli USA, quindi sì, direi almeno 48/72 ore dopo — mi torna in mente che dovevamo andare allo stadio. Non ci avevo più pensato.

C’è uno, in casa, non ricordo nemmeno chi — dio, se era piena, la casa, in quei giorni, sempre piena — e io gli chiedo, quasi stordito, tanto per parlare — possibile che la gente non si renda conto che i parenti non hanno voglia di parlare, in quei momenti? — cosa ha fatto l’Inter domenica, quella maledetta odiosa domenica.

“Ha perso uno a zero”, mi dice ‘sto tipo. Forse un cantante, o un impresario. O uno dei tanti cugini di quartissimo grado che non avevo mai visto prima. “Ha segnato Pulici.”

E io me ne vado via. Mi sembra un affronto, che il Torino abbia osato vincere a San Siro proprio quel giorno. Vado in camera mia. Prendo l’album delle figurine e strappo via la pagina del Torino.

Poi guardo la parete sopra il mio letto. Lì ci sono due fotografie autografate. Dedicate a me. C’è proprio scritto A Stefano, non sono foto di quelle con la firma e basta, che si autografano alla svelta. Una è la fotografia di Lele Oriali, l’altra è quella di Giacinto Facchetti.

Piango un po’. D’altra parte, in quei giorni piangevo sempre un po’, non è che piango perché guardo la fotografia dell’eroe calcistico di mio padre, non siamo mica in un romanzo.

Zubin

Qualche anno dopo — 1982 — sono a Santa Monica, Los Angeles, dove vive mio zio, il fratello di mio padre. Lui fa il fisico nucleare, lavora per qualche cosa che non può dirti cosa fa, quindi dev’essere qualcosa di serio. È cittadino americano dagli anni Sessanta, ormai parla pure italiano con l’accento.

Conosce un sacco di gente. Mio padre, un po’ come tutti gli uomini di teatro — e specialmente i direttori d’orchestra, che hanno un ego grande come un continente — non aveva mai molte parole d’elogio per i suoi colleghi.

Tranne uno. Zubin Mehta. Di lui aveva sempre parlato bene, forse perché avevano studiato insieme, o forse perché lo pensava davvero, non lo so. A una di queste cene nella villetta dello zio nel canyon di Santa Monica, ci sono persone importanti. E c’è anche Zubin Mehta.

All’epoca ho sedici anni e, per quanto mi piaccia la musica classica — come non potrebbe? — non sarei in grado di distinguere una Quinta di Beethoven diretta da Zubin Mehta da una Quinta di Beethoven diretta da Carlo Maria Giulini. In parole povere, non ne capisco una mazza.

Lui è molto cortese, si avvicina, parliamo. Io sto cominciando a fare sul serio con l’inglese, quindi non ho problemi. Gli dico: “Mio padre la ammirava molto.”

E lui, immagino per cortesia — è una persona estremamente cortese — mi dice: “Ah, il tuo papà” (dice proprio così, usando daddy e non father) “mi avrebbe distrutto con una sola prova d’orchestra.”

Incasso il complimento un po’ farlocco, riconoscendolo subito come tale, ma mi fa piacere uguale. Parliamo del più e del meno per qualche minuto: ora sarei imbarazzatissimo, intimidito dalla grandezza musicale di chi ho davanti, ma allora ero adolescente e quindi ero a mio agio — beata incoscienza.

E a un certo punto lui mi fa: “E l’Inter? Come va l’Inter?”

Un po’ sorpreso, gli parlo un po’ dell’Inter. Lui ascolta, e dopo un po’ sorride — anzi, quasi ride — e mi chiede: “E Facchetti? Tuo padre era sempre Facchetti qua, Facchetti là.” Ride, Zubin. Per fortuna, al contrario di tutti gli stranieri, pronuncia Facchietti (non si può pretendere la luna, dopotutto) e non Faccetti.

Rido anch’io, perché ha ragione. Quando non parlava di musica, mio padre parlava di Inter. E di Facchetti.

Che bel ricordo, quella sera a Santa Monica.

C’è solo un Capitano

Più cresco, e più tutto va al suo posto. Mio padre, l’Inter, Facchetti, la musica, l’inglese, le traduzioni, i libri.

E, tra le tante, tantissime altre cose, mi rendo conto che un calciatore può essere anche un grande uomo. Uno che ci mette la faccia, sempre, anche quando si tratta di difendere un allenatore ormai bruciato — Zaccheroni — perché, be’, gli aveva dato la sua parola, e poco importa se il patron, quello che decideva perché ci metteva i soldi, aveva già chiamato qualcun altro. E poco importa se quel qualcun altro magari era più bravo di quello prima.

E questa dignità di fondo, questa serietà mista a un accenno di sorriso ogni tanto, questa severità apparente che poi si traduce in grazia di movimento — che sia su un podio con la bacchetta in mano o su un campo con un pallone tra i piedi — la accomuno. La accomuno — più per associazioni d’infanzia che per qualsiasi motivo razionale — a quella di mio padre, e mi piace così.

E la dignità prosegue anche per linea genealogica, quando gentaglia d’orribil risma tenta di gettare fango e la famiglia Facchetti — lasciata colpevolmente sola — non si tira indietro, no, e combatte, sì, ma lo fa sulla linea tracciata da papà.

A volte mi immagino, sul divano con mio padre. Non è una cosa speciale, lo fa qualunque persona abbia perso il padre, è proprio roba da tutti.

Mi immagino a guardare una partita sul televisore a schermo piatto in HD. E mi viene da ridere quando penso che lui diceva che Nando Martellini “si agita un po’ troppo quando commenta, però è bravo.”

Penso anche che non gli piacerebbe proprio che la maglia numero 3 sia stata “ritirata”, non perché non capirebbe l’onore che ciò comporta, ma perché ai Mondiali non gli andava giù che quelli avessero tutti i numeri sbagliati sulla schiena.

Mi divertirei un mondo a spiegargli che adesso c’è gente che gioca con il numero 97, o portieri che hanno la maglia numero 2, o che gli arbitri da insultare (per carità, il massimo era un “mettiti gli occhiali!”) sono addirittura quattro e non più uno solo (i guardalinee non venivano nemmeno presi in considerazione), o che ci sono ventitreenni che scrivono autobiografie (lui diceva che un’autobiografia era roba da palloni gonfiati, bastava quell’auto davanti a biografia per capirlo), o che c’è una cosa chiamata Facebook dove gli interisti litigano tra loro scrivendo su una tastiera (“tipo la tua Underwood, papà, ma un po’ tutta diversa”).

No, penso che non mi divertirei solo io. Ci divertiremmo un mondo. Tutti e due.

Poi però dovrei raccontargli che è stata ritirata anche un’altra maglia dell’Inter, e penso che lì mi divertirei un po’ meno. E dovrei raccontargli che in quella strana TV a colori c’è gente, al posto di Paolo Valenti, che si permette di sfottere qualcuno che sta tentando di imparare l’italiano. E dovrei raccontargli che sono esistite persone come Luciano Moggi, e che a difenderli a spada tratta c’è gente come Giampiero Mughini. E, minchia, dovrei pure dirgli che Mughini è considerato un intellettuale.

Il problema della fantasia ipertrofica di chi scrive è che è una roba che funziona in entrambi i sensi. Puoi immaginare cose bellissime, sì, ma ti immagini anche quelle brutte, e la tua fantasia ha sempre la stessa forza evocativa, sia nel bene che nel male. Non è che fa differenze.

Quindi no. Visto che il sogno è mio, facciamo che gli racconterei, al vecchio papà (oggi avrebbe 89 anni), solo poche cose selezionate.

Magari fermandomi al 14 luglio 2006.

Già mi immagino la sua risposta: “Oh, non dirmelo… finalmente li hanno beccati?”

“Sì, papà, li hanno presi”, gli direi soddisfatto, omettendo i dieci anni successivi.

E poi gli direi: “E indovina di chi è stato il merito?”

Già me lo vedo, che sorride, quel sorriso che era dedicato a noi e solo a noi, e mai a quei poveri cantanti. Me lo vedo che sorride e poi, sicuro, senza nemmeno un accenno di punto di domanda alla fine della parola, mi risponde:

“Facchetti.”

Questo racconto è apparso la prima volta su ilMalpensante.com il 27 ottobre 2016. Sono grato agli amici del Malpensante per avermi permesso di ripubblicarlo qui.

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3 commenti su “Racconto — Il mio capitano

  1. Bellissimo articolo. Lo avevo già letto ed apprezzato sul “malpensante”, ma l’ho riletto molto volentieri, come si rilegge un bel libro.
    Ti lascio un mio piccolo ricordo che ha un filo conduttore con il tuo articolo: la musica.
    —–
    Mi ricordo il maestro di musica Bruno, a Castagneto Carducci. Insegnava musica “in tempo di guerra”, come si usa dire. Dicono fosse un bell’uomo, di sicuro era molto bravo e suonava benissimo. Erano famose le sue serenate (per quello che possono essere famose in un piccolo paese della campagna Toscana nel 1938). Serenate che faceva alla sua amata che aveva un nome stranissimo: Emilda. Me la ricordo l’Emilda, ha fatto la bidella alle scuole elementari e medie (ché all’epoca una bidella bastava e avanzava per due scuole) dal dopoguerra fino ai primi anni 70. Me la ricordo pulire le finestre enormi, me la ricordo con il grembiule nero, in quel suo sgabuzzino in fondo al corridoio che era la sua stanza, il suo regno.
    Ma torniamo al maestro di musica. Suonava, come serenate, musiche di Giuseppe Verdi e Giacomo Puccini. La sua preferita era “E lucevan le stelle”, che come tutti sappiamo è di Giacomo Puccini (Tosca). Purtroppo. Dico purtroppo perché, come molti sanno, non era una musica che il regime fascista gradiva. Fu avvisato di non suonare più simili canzoni. Figuriamoci. Non si arrese, continuò a fare le sue serenate. Si nascondeva in qualche angolo del paese, quando faceva buio e suonava. Tutti sentivano, nel silenzio che regnava in quei tempi. Quando arrivavano i fascisti, Bruno era già da un’altra parte. Sapevano che era lui, ovviamente, ma non prendendolo non potevano dimostrarlo. Durò poco, lo presero, lo processarono e lo condannarono: sobillatore di popolo.
    Non vi narro le sofferenze, le torture (fisiche e psicologiche), i soprusi che subì. Sono sofferenze comuni a milioni di persone nel mondo. Vittime, nel corso della storia, dei regimi e della follia umana. Follia che arriva a ritenere una colpa (grave) anche la semplice esecuzione di una pezzo di musica classica.
    Vi dico solo che sopravvisse. Ed il termine sopravvivere è l’unico utilizzabile. Non poté più suonare, non ai suoi livelli, né camminare normalmente. Questo però non gli impedì di sposare la sua Emilda, quando, dopo qualche anno, uscì dall’ospedale. Ebbero due figlie, la seconda la chiamò Clara. Volle chiamarla così perché all’Emilda piaceva il nome Chiara, mentre Bruno adorava il suo strumento. Il clarinetto. Gli venne in soccorso il latino (che nessuno dei due conosceva, ma tant’è…) e tutto si risolse.
    Clara, il 7 marzo 1964 dette alla luce il suo primogenito. Lo voleva chiamare Matteo. Poi le sue alunne, insistettero per un altro nome: Luca.
    Debbo alle alunne di mamma Clara, il mio nome. E devo a nonno Bruno la passione per la musica. Facevo le elementari, quando mi mise nelle mani, per la prima volta, il suo clarinetto. Lo suonavo stando seduto e tenendo la “campana” sopra i miei piedini (era troppo grande per me). Mi insegnò subito una canzone: “E lucevan le stelle”. La imparai a memoria, sapevo tutte le note e tutt’oggi, a distanza di 45 anni, la saprei suonare.
    Siamo sopravvissuti alle follie del genere umano fino ad ora. Sopravviveremo anche a queste. Ma ad un patto: di non piegarci ai soprusi e di non aver paura. E di chiedere la verità, come per Giulio Regeni.
    Siamo in grado di comporre e suonare capolavori come questi due che vi lascio (ascoltate le parole del Nabucco … “O t’ispiri il Signore un concento, che ne infonda al patire virtù”). Non possiamo avere paura.

    Luca Carmignani

    https://www.youtube.com/watch?v=4mX7ugJ5NM8

      1. Grazie a te Stefano, per il tuo bellissimo sito e la tua idea molto originale. Leggerò un tuo libro. L’ho appena acquistato su Amazon: Ruggine.

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