Racconto inedito — Concerto Privato

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“Devi venire a sentirmi.”

Al telefono la voce di Vania era appassionata. Forse per la prima volta da quando si conoscevano, sembrava ritenere di importanza vitale il fatto che lui la ascoltasse suonare.

Riccardo sorrise. “Va bene. Quando vuoi. Faremo il grande passo.”

Lei ridacchiò. Rideva sempre alle sue battute, anche a quelle involontarie. “Ti terrorizza così tanto?” gli chiese.

“L’idea? Assolutamente no. Anzi, non vedo l’ora.”

Un rumore, debole, all’altro capo del filo. “Che cosa stai bevendo?”

“Vodka alla pesca. Non ti aspettare Pierre Fournier, d’accordo?” Ora una vaga incertezza, quasi un pentimento.

“Non conosco la marca. Hai cambiato vodka?”

Vania ridacchiò di nuovo. “Stupido.”

“Quando vuoi, Vania, sul serio.”

“Stasera?”

“Vuoi dire adesso?”

“E perché no? Avevi altro da fare, forse?”

“Trovo offensivo che tu sia convinta che non ho altri impegni.” Ci pensò su un paio di secondi, poi ammise: “Veramente volevo restarmene a casa, stasera”, disse. Rimase in silenzio per qualche istante. “Ma—“

“Se vengo io da te, il puntale del violoncello ti rovinerà il parquet”, lo interruppe Vania.

Questa volta fu lui a ridacchiare. “Beethoven?”

“Beethoven.”

“Andata. Tra mezz’ora sono da te.”

“Ti tengo in fresco la vodka.”

“Preferirei morire. Scalda l’archetto, piuttosto.”

Vania rise. Un suono squillante, quasi nervoso. Ma sollevato, come se si fosse tolta un peso dalla mente. “Sei il solito maiale.”

“Ehi… sei tu che interpreti male quello che dico.”

“Lasciamo stare. Muoviti. Ho le Louboutin nuove.”

Riccardo deglutì. “Wow. Potevi anche dirmelo subito.”

“Sarebbe stato troppo facile.”

Un istante di pausa. Poi: “Hai ragione.” E ancora: “Le hai mai messe? Fuori casa, intendo.”

“A dire la verità no… sono ancora nella scatola.”

“Sto arrivando.”

Riccardo riagganciò. Stava sorridendo, ma sentiva già una stretta alla bocca dello stomaco. D’un tratto, desiderò che non ci fossero venticinque chilometri, tra lui e casa di Vania, ma venticinque metri.

Si infilò la giacca a vento e si ficcò il cellulare in tasca. Fuori c’era la nebbia. Farsi sulla sua vecchia Golf tratto Gessate-Milano immerso nella caligine lattea e impenetrabile dell’inverno non era certo il massimo della vita, ma mentre girava la chiave nel quadro chiuse gli occhi per un istante e la immaginò con il violoncello tra le gambe, le ginocchia aperte, i polpacci che scendevano affusolati fino alle caviglie e…

No, si interruppe. Non voleva pensarci. Non doveva pensarci. Non ora, non subito: anticipare, sognare, immaginare rendeva la realtà più scontata, quasi fosse già stata vissuta: lo sapeva per esperienza.

Stava per mettere in moto quando il cellulare gli vibrò in tasca.

Era lei.

“Non sono ancora partito”, disse subito.

“Lo so”, rispose Vania. “Volevo solo dirti che Ludwig ti sta aspettando. Sarò nonna Vania, stasera.” Risatina.

Il cuore gli mancò un battito. “Maledizione, Vania… se fai così mi schianto contro un palo, con ‘sta nebbia.”

“Sei tu che sei andato ad abitare in culo ai lupi.”

“Okay.” Era una vecchia storia, quella. “Arrivo… nonna.”

Soltanto pronunciare quella parola gli provocò un brivido lungo la spina dorsale. Conosceva perfettamente quella sensazione: Vania era… be’, era lei. E quello della nonna era un gioco che soltanto a lei sarebbe potuto venire in mente: denso di significati, carico di sorpresa, traboccante vitalità e malizia. Proprio come lei, che dalla freschezza dei suoi ventun anni l’aveva elettrizzato, ipnotizzato e legato a sé con le sfaccettature della sua personalità, dura e splendida come un diamante.

Si divertiva, Vania, a fare la “nonna”, sottolineando con il paradosso il fatto che aveva vent’anni meno di lui.

Tra poco la vedrò, pensò, e quando imboccò la tangenziale si accorse che gli tremavano le mani.

Cercò di sconfiggere il tedio dei quaranta chilometri orari d’obbligo ascoltando gli Improvvisi di Schubert. Lo sforzo continuo a cui era costretto a sottoporre la vista gli dava alla testa. La strada era immersa nella nebbia più fitta che avesse visto dall’inizio dell’inverno: c’erano tratti in cui faticava persino a distinguere la linea continua alla sua destra.

“Questa è una di quelle sere in cui non arrivano neanche le telefonate”, borbottò tra sé.

Ogni volta subiva prepotentemente il fascino della nebbia, e quella sera in modo particolare. Percorse i venticinque chilometri che separavano casa sua da casa di Vania sprofondato in un’atmosfera da sogno forata dalle lame accecanti dei fanali che lo incrociavano d’improvviso e sorretta dal rumore pastoso e ticchettante del vecchio motore su cui s’incastonavano come gemme grezze le note di pianoforte di Alfred Brendel.

La nebbia nascondeva, ovattava, celava. Muoversi nella nebbia era come muoversi chiusi in un bozzolo: a piedi, le persone si incontravano vedendosi soltanto all’ultimo istante, e anche le figure più innocue e ordinarie sembravano misteriose, segrete, furtive.

Entrando a Milano, i palazzi facevano da frangiflutti, e la nebbia si diradava. Dopo pochi minuti arrivò sotto il portone di lei. Parcheggiò e, prima di premere il pulsante rotondo del citofono, esitò un istante, quasi volesse protrarre di qualche altro secondo l’ansia e lo struggimento del desiderio.

Poi, con un sospiro, si decise.

“Chi è?”

“Karajan.”

“Sali… e non ti sedere in ascensore.”

“È un’ordine?”

“Certo che sì.”

“Okay.”

La cabina del vecchio ascensore arrivò scricchiolando. Riccardo fece scorrere la porta in ferro battuto e guardò la panchetta di legno. Poi si girò verso le porte. Obbediva sempre agli ordini di Vania.

Lei lo aspettava al quinto piano. Indossava un abito lungo e accollato di raso nero che le lasciava scoperte le braccia candide, con una rosa rossa spillata al centro del petto a richiamare cromaticamente le labbra scarlatte. Appena sotto l’orlo del vestito, un braccialetto di diamanti le ornava la caviglia sottile.

Era a piedi nudi, e guardare le sue dita affusolate e accese di smalto rosso gli fece girare la testa.

“Ti sei seduto?”

“Certo che no. Sei bellissima.”

Lei lo baciò sulle labbra. “Credi che non lo sappia?” disse voltandosi e precedendolo nell’appartamento. Ludwig gli andò incontro, scodinzolando felice.

“Il mio cane ti vuole bene”, disse lei con un mezzo sorriso.

Lui si sentì mancare. “C’è un’affinità, tra noi.” Si sedette sul divano del soggiorno.

Vania scoppiò a ridere. “Vuoi un po’ di vodka?”

“Se hai la Rostowa, mi sta bene.”

Lei fece una smorfia. “La Rostowa è roba da Esselunga. Te la puoi scordare.”

“A me piace quella.”

“Allora niente.” Gli occhi di lei mandarono un lampo. Per un istante, sembrarono luccicare come i diamanti che le abbracciavano la caviglia — e da cui Riccardo non riusciva a distogliere lo sguardo.

“D’accordo.”

“D’accordo cosa?”

Lui sollevò lo sguardo. “Vada per il niente.”

Vania lo guardò per un lungo istante, e lui sentì le proprie ginocchia farsi molli e inconsistenti. Gli occhi di lei avevano il potere di scioglierlo come ghiaccio dimenticato.

“Violoncello”, riuscì a dire abbassando lo sguardo. Era stato lui ad abbassarlo per primo, come sempre.

Vania lo fissò. Un sorriso le incurvò le labbra rosse. “Subito?”

“Certo. Perché aspettare?”

“Vero.”

La osservò armeggiare con la custodia dello strumento. Sapeva che non avrebbe dovuto offrirsi di aiutarla, e non lo fece. Vania si sedette sullo sgabello che aveva preparato al centro del salotto e abbassò le luci.

“Prima, però, queste.”

Davanti agli occhi quasi disperati di lui, prese una scatola da sotto lo sgabello. Lasciando in equilibrio il manico del violoncello su una spalla, si sporse in avanti e tirò fuori le scarpe.

Riccardo si sentì mancare.

“Belle, vero?”

“Sì.”

Erano nere, con la suola rossa e due nastri — due fiocchi — dello stesso colore che avvolgevano il collo del piede. Il tacco altissimo era sottile come un ago. Con un gesto aggraziato, Vania le indossò. Il bracciale di diamanti sfarfallava a ogni piccolo assestamento dei suoi piedi bianchissimi.

E poi, all’improvviso, erano a posto. Pronte.

“Beethoven?” disse lei.

Riccardo annuì. “Grazie”, riuscì a dire.

Vania abbassò la testa e attaccò una trascrizione per violoncello solo di un brano per orchestra. Il lamento caldo e vibrante delle corde colmò la stanza, ricamandosi sul silenzio. Riccardo ascoltava rapito, senza nemmeno battere le palpebre. Aveva di fronte la creatura più bella che avesse mai conosciuto, e lo sapeva.

Persino Ludwig aveva smesso di saltellare, fermandosi in un angolo del salotto con il muso reclinato da una parte, attento.

Sospinto dalla musica, Riccardo navigò dentro se stesso e si contemplò dall’alto. Le linee del pavimento si intersecavano ai piedi di Vania, spezzate dalle tre picche che sembravano quasi violentarle, scalfirle, assoggettarle: i tacchi a spillo e il puntale dello strumento. Riccardo rabbrividì. Tre frecce conficcate nel suo cuore, nel suo cervello e nelle sue viscere. Tre spine languidamente torturanti, piacevolmente dolorose, come tre erano i punti fermi oltre i quali si stendeva il suo passato. Vania. Vania. E Vania.

Vania che suonava, con i capelli neri ondeggianti sul viso, il braccio bianco e sottile che sospingeva l’archetto e le dita eleganti che aggredivano le corde. E il bracciale che dalla perfezione della sua caviglia raccoglieva barbagli di luce adamantina dalle alogene soffocate e costrette alla penombra.

La musica terminò.

Riccardo non ebbe il coraggio di parlare.

Il silenzio pesò su di loro per un lunghissimo istante.

“Allora?” domandò infine lei.

“L’Ouverture del Prometeo.”

Vania annuì. “Questo lo sapevo già, grazie.”

“L’hai trascritta tu.”

Non era una domanda, e Vania non la prese per tale. Il viso le si illuminò d’orgoglio. “Oh, sì.”

“Bellissimo. Davvero.”

“Non è un aggettivo originale.”

Riccardo non sorrise. Aveva gli occhi lucidi. “Dico davvero. Dovrei chiamarti Anne-Sophie.”

“Quella è una violinista, stupido.”

“Credi che non lo sappia?”

Vania gli rivolse un cenno. Era giunto il momento, e Riccardo si sentì improvvisamente molle, come se qualcuno gli avesse messo gomma al posto dei muscoli.

“Vieni qui”, disse lei. “In ginocchio.”

Lui obbedì. Camminando carponi, la raggiunse al centro del salotto. Senza dire una parola, Vania sollevò una scarpa dal tacco a spillo e gliela porse. Riccardo avvolse la caviglia ingioiellata in una lievissima carezza. Vania si mosse per sistemarsi meglio. L’orlo del vestito di raso le ricadde frusciando lungo il polpaccio. Con le labbra tremanti, Riccardo le baciò il collo del piede. Una, due, cento volte. Al millesimo bacio, Vania gli accarezzò la testa. “Puoi toglierla, ora.”


Riccardo le sfilò dolcemente la Louboutin. Ridacchiando, Vania si sgranchì le dita del piede, sfregandogliele sotto il naso. “Baciale piano, come piace a me.”

Riccardo le circondò una a una con le labbra, succhiandole delicatamente. Il tempo perse i contorni, stemperandosi nel sapore dei piedi di lei, accentuato dal sentore di cuoio nuovo delle scarpe appena comprate.

Come quando camminava nella nebbia, Riccardo perse i contorni del tempo.

Molto più tardi, mentre lui continuava a leccarle instancabilmente i piedi, Vania disse con voce arrochita dal sonno: “A volte penso a te come al cane del mio cane. È per questo che mi piace sentirmi nonna.”

Suo malgrado, Riccardo le rise intorno all’alluce. “Nonna a ventun anni. A settanta avrai un’orchestra.”

Sapeva che non sarebbe mai stata solo sua. Non poteva farci nulla.

“Magari anche il coro”, disse lei ridendo. Si alzò in piedi. “È ora di provare le scarpe nuove. Rimettimele, spogliati e sdraiati.”

Riccardo eseguì prontamente. Nudo, si adagiò supino sul parquet tiepido. Vania gli premette un piede sul petto, poi guadagnò l’equilibrio e si issò su di lui, facendo attenzione a non calpestare con i tacchi a spillo i lividi che gli aveva scolpito nella pelle al loro ultimo incontro.

“La posizione migliore per guardare le gambe di una donna”, gli disse sorridendogli dall’alto.

“La posizione migliore per ascoltare un concerto.”

Vania lo guardò, perplessa e divertita. “In che senso, scusa?” Ma aveva capito: lo si intuiva dalla malizia che le stava accendendo lo sguardo, dal rossore dell’eccitazione che le irrorava le guance.

“Suona su di me.”

“Sei serio?”

“Suonami addosso. Ti prego.”

Le labbra scarlatte ebbero un fremito. “Okay.”

Si chinò in avanti per prendere lo strumento, e nel farlo premette con tutto il suo peso sul corpo di lui. Riccardo ansimò. I tacchi a spillo erano due stiletti infuocati che gli martoriavano il torace. L’indomani avrebbe avuto altri due segni violacei da aggiungere alla collezione: quello era il modo di Vania di dipingergli il corpo.

“È livido il colore dell’amore”, disse senza fiato, ma lei non rispose.

Vania tornò a sedersi, muovendosi con la cautela di un’equilibrista sul filo per non scendergli dal petto. “Lo penso anch’io”, disse sistemandosi lo strumento tra le gambe. “Farà più male del solito”, lo avvertì.

Riccardo sorrise. Il puntale del violoncello aderì alla pelle contratta del suo stomaco, scavandone una scaglietta infinitesimale.

“Fauré?” domandò Vania. Nella sua voce, Riccardo credette di intuire una nota di fremente apprensione.

“Sì”, confermò. “Sembra perfetto.”

E Vania cominciò a suonare. L’Elegie, senza l’accompagnamento del piano, era se possibile ancora più struggente. Riccardo ascoltò commosso, inchiodato al pavimento dalla musica di lei, dai suoi tacchi a spillo e dal puntale del violoncello. Quando il peso dello strumento gli succhiò dalla pelle una minuscola goccia di sangue vermiglio, un brivido estatico gli percorse le membra.

“Ti amo, Vania”, sussurrò.

Ma lei, immersa nell’amplesso senza fine delle corde e dell’archetto, non lo sentì nemmeno.

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8 commenti su “Racconto inedito — Concerto Privato

  1. Il vecchio ed il “nuovo” almeno x me, Stefano… raffinato, torbido, romantico…. davvero bello, verrebbe voglia di leggere la seconda e la terza puntata. “A volte penso a te come al cane del mio cane…” geniale! Amico mio che dire, vorrei avere solo un decimo della tue capacità 🙂

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