Serie TV — Westworld, ovvero la serialità del futuro

Westworld

É con immenso piacere che accolgo, su queste pagine, il primo “collaboratore” di stefanomassaron.net, Alberto Di Vita. Io e Alberto ci conosciamo da anni, e probabilmente molti di voi lo conoscono per i suoi articoli sul calcio, sulla tattica, e per essere il deus ex machina de ilMalpensante.com, il sito di sport con cui collaboro. Quello che molti non sanno, invece, è che Alberto Di Vita è un giornalista tout-court, in grado di scrivere — e bene, come state per vedere — articoli su qualsiasi argomento. Quest’oggi, nel suo articolo di esordio per stefanomassaron.net, si occupa di una delle serie TV più interessanti e innovative degli ultimi anni: Westworld. Buona lettura… e grazie Alberto.

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Sin da quando ero bambino, ho sempre amato le belle storie. Credevo che le storie potessero renderci migliori, aiutarci a rimediare a ciò che è spezzato, a diventare ciò che sogniamo di essere. Bugie che raccontano una verità più profonda. Pensavo di poter avere un piccolo ruolo in questa grandiosa tradizione, e, per tutti i miei sforzi, ho ottenuto questo. Una prigione per i nostri peccati.”

Inizia così il monologo di Robert Ford (alias Anthony Hopkins) nell’ultima puntata di Westworld, ed è una frase che racchiude un pezzo del mondo descritto dalla serie TV.

Mi sono dibattuto a lungo all’idea di inserire la (riuscitissima) frase o meno perché in qualche modo rivela pur qualcosa, per quanto possa essere inconsapevole chi non l’ha ancora vista. Purtroppo, però, qualunque cosa si dica di Westworld è comunque uno spoiler, piccolo o grande, significativo o meno, importante o no, non importa: rimane sempre e comunque spoiler.

Pertanto, se odiate che vi vengano rivelati anche i più piccoli dettagli della serie, scusandomi per averne già estrapolato un pezzetto, faccio un torto a Stefano Massaron, che mi ospita, e a me, che scrivo, e vi consiglio di saltare l’articolo, benché proverò a seguire il diktat di rivelarvi assolutamente nulla. Anche se so che è quasi impossibile.

Una host in "Westworld"

Westworld

Provando a semplificare le cose, Westworld è un enorme (enorme, si dovrebbe scrivere in maiuscolo) parco di divertimenti artificiale, un mondo alternativo abitato dai “residenti” (host) e creato per clienti ricchi (i visitatori, i “newcomers”) che desiderano provare l’ebbrezza di un salto nel passato, nel vecchio West, assaporando ogni singolo aspetto di quella realtà: il caldo, la sabbia, i saloon, le prostitute, le sparatorie… gli omicidi. Non si tratta di “realtà virtuale”: è tutto vero, case, terreni, cavalli, persone, solo che i “residenti” (e gli animali) sono dei robot molto sofisticati… anzi, talmente sofisticati da essere praticamente indistinguibili dagli esseri umani (e gli animali anatomicamente perfetti).

Il mondo è programmato per soddisfare i desideri dei clienti visitatori, in modo che non vi sia alcun rischio per la loro incolumità, realizzato come se ci si trovasse di fronte ad un gigantesco gioco di ruolo, con trame, sotto-trame, quest, livelli di esplorazione e tutto il necessario per non far annoiare davvero nessuno. “Divertimento” inteso nel senso anche dell’estremo soddisfacimento di basse e primitive pulsioni: non solo erotismo e sesso a volontà (anche stupri se ne hai voglia) ma avventure di ogni tipo, rapine, assalti, pestaggi, omicidi: gli “host” non possono difendersi, non possono far male, non possono opporsi. Possono solo rimanere lì, inermi, di fronte alla volontà più benevola o brutale dei visitatori. Hanno un codice, sono programmati per ripetere un certo numero di azioni, possono agire e reagire, ma solo nell’ambito di quanto previsto dal loro codice.

Vi ricorda qualcosa? L’appassionato di fantascienza con la memoria lunga potrebbe avere riconosciuto le impronte de Il mondo dei robot del 1973 scritto e diretto da Michael Crichton, nonché l’idea di Jurassic Park, libro sempre di Crichton e film diretto da Steven Spielberg. La serie TV è in effetti una sorta di remake/approfondimento del film del 1973, un desiderio che la Warner covava da molto tempo, dall’inizio degli anni 90 e che era stato abbozzato in forma di serie TV già nel 1980, progetto abortito dopo appena 5 puntate (“Alle soglie del futuro” – “Beyond Westworld”). Solo che è molto più ambiziosa di entrambi.

Il legame con Il mondo dei robot è chiarissimo e mai nascosto, individuarlo è un problema solo per chi non è madrelingua inglese: il titolo Westworld coincide con il titolo originale del film. E non si sprecano le piccole o grandi citazioni.

Le attese per questa serie TV erano enormi e probabilmente regia e produzione hanno sentito questo peso: la serie è infatti arrivata in tv con notevole ritardo (non meno di un anno) rispetto alle tappe previste, così come la seconda stagione sarà in ritardo: si parla di inizio 2018.

Attese dovute alla presenza di Jonathan Nolan, fratello del “batmaniano” Christopher, già sceneggiatore di Memento, The Prestige, Il Cavaliere Oscuro – il ritorno, Interstellar e, come serie TV, sceneggiatore, regista e produttore di una delle mie serie preferite, Person of Interest (con un Michael Emerson strabiliante, per certi versi persino superiore al Benjamin Linus di Lost); nonché alla produzione di J.J. Abrams e alla scrittura di Michael Crichton (tra l’altro co-autore del pilot).

Come se non bastasse, un cast eccellente sul quale troneggia incontrastato un Anthony Hopkins eccellente, monumentale, perfettamente a suo agio anche in una serie TV.

Uno straordinario Anthony Hopkins in Westworld

Com’è Westworld?

Se si ragionasse in termini di pura trama analizzata a posteriori potremmo dire “già visto”, anche se con questo metodo sarebbe difficile trovare oggi qualcosa che non sia già stato raccontato prima. Quindi è fondamentale anche il modo con cui si racconta una storia.

Inteso come racconto e struttura, Westworld è raccontato benissimo.

Gli autori non si sono nascosti e hanno chiaramente detto che tra le fonti di ispirazione ci sono stati alcuni videogiochi “open world”, tra cu Red Dead Redemption (direi “inevitabilmente”), The Elder Scrolls V: Skyrim e BioShock, raccogliendo una sfida importante e portando in una serie TV tutta la complessità e il dinamismo dello storytelling dei videogame di nuova generazione.

È un’opera di incredibile profondità, conturbante e seducente, filosofica e stratificata, densa e intensa. Una serie che ha la particolarità di essere eccezionalmente coerente in tutto il suo percorso, così tanto da rendere intuibili i ribaltamenti e le rivelazioni appena poco prima che si realizzino, senza che questo comporti una evoluzione banale. Come trovarsi in mezzo alla nebbia: incomprensibili le lunghe distanze, ma appena ti avvicini tutto risulta perfettamente coerente.

Westworld è labirintica, ha la capacità di creare dei mondi paralleli, che si incontrano e si scontrano, una architettura pesante e impegnativa, che risulta però essere leggerissima nell’accezione calviniana del termine. È complessa, arguta, e ha una quantità incredibile di livelli stratificati, di significati, filosofie, in un intreccio continuo di tempi e situazioni diversi.

È una serie che lascia “lavorare” moltissimo lo spettatore, che si trova sorpreso ad immaginare, più che in altre situazioni, futuri possibili ed evoluzioni dei personaggi.

Ci sono alcuni momenti (un paio, sinceramente, non di più) in cui la trama e i “pretesti” per portarla avanti sembrano scricchiolare di fronte alla logica o alla naturalezza: ma basta arrivare alla fine della prima stagione per comprendere come in realtà ogni reazione individuale ha una sua logica, o potrebbe averla nella seconda stagione. Quindi, con Westworld più che mai, “sospensione del giudizio” sempre e comunque. Se la iniziate, finitela, non fermatevi: ne vale la pena.

Divertente, complessa e contagiosa, con spunti di riflessione mai banali che non intaccano mai il nudo piacere ludico della visione, dell’evasione e del divertimento. Così, nel mezzo di una narrazione che parte volutamente lenta per poi accelerare di continuo, la serie espone tematiche importanti sulla vita, sulla coscienza, sulla vera natura di noi stessi, su cosa saremmo davvero “se potessimo”, sul vero significato di “libero arbitrio”. Senza dare risposte: tutto lasciato alla riflessione dello spettatore.

Anche sul ritmo c’è da spendere un paio di parole. Benedetto sia Westworld e il coraggio di rischiare nel non regalarci tutto e subito, come troppo spesso avviene, riportando in TV la straordinaria lezione che al tempo diede David Lynch con Twin Peaks.

Scena da "Westworld"

I personaggi

Si può dire molto poco per non rovinare il piacere di conoscerli, esplorarli, scoprirli. Anthony Hopkins… “is the man”, dà ancora una volta lezioni di grande stile e recitazione. La statura del suo personaggio (Robert Ford) è espansa indefinitamente da una interpretazione magistrale, che eleva ogni singolo pezzo, ogni singolo dialogo ad un livello di profondità e di interesse ad un livello impensabile per qualunque serie TV: per referenze, il dialogo tra Robert Ford e Theresa Cullen, che dovreste vederlo e sentirlo anche in lingua originale per apprezzarne tutte le sfumature.

Ma Hopkins da solo non sarebbe bastato per un’opera così ambiziosa. Quasi tutti i personaggi sono ben caratterizzati e resi importanti da interpretazioni altrettanto importanti: da Dolores all’uomo nero (fatecelo chiamare così), da Maeve a Bernard a Theresa. Difficile trovare un attore che non abbia in qualche modo “bucato” lo schermo (in generale tutti gli “host”, davvero eccellenti), presto o tardi nel corso della stagione, benché la mia personale preferenza vada a Evan Rachel Wood (Dolores Abernathy), Jeffrey Wright (Bernard Lowe) e per Louis Herthum (Peter Abernathy).

Difficile affezionarsi a qualcuno in particolare, anche perché le sfumature di buono e cattivo sono sempre in costante rimescolamento: questo, per fortuna, non è un limite e, anzi, è un’arma in più nella libera interpretazione degli sviluppi e dei grandi temi trattati.

Oltre questo non si può dire, perché il rischio di spoiler è enorme.

Maeve in "Westworld"

Conclusione

Dal punto di vista tecnico è praticamente impeccabile: luci, sceneggiatura, dialoghi (alcuni profondi e straordinari, mentre altri, naturale nelle serie tv, decisamente meno), nonché una fotografia di altissima qualità.

E adesso? L’ultimo episodio, in sostanza un film (ma è tutta la prima stagione a essere un mega-film da oltre 10 ore), che riesce a riallacciare quasi tutti i nodi, restituendo quella speciale coerenza interna che in qualche punto era fin lì sembrata zoppicare: il finale “giustifica” tutto. Spazza via ogni possibile scetticismo… “una fine violenta per un piacere violento” che mette tutti i tasselli al posto giusto, risponde a grandissima parte delle risposte, lasciando ovviamente alcune macro-questioni aperte. Non proprio “tutto”, però comprendi la maestosità dell’architettura, la necessità di ogni singolo pezzo, anche del più piccolo e incoerente, all’interno del grande quadro della prima stagione, compresa la storia interna e il personaggio più difficile da giustificare (Maeve). E il finale, cosa rarissima, lascia davvero appagati e al tempo stesso desiderosi di altre puntate.

L’impressione è che nella successiva rimarrà poco della precedente, il passaggio dell’ultimo capitolo è davvero importante e decisivo sotto molti punti di vista, individuali e generali. La HBO ha già annunciato che Westworld è pianificato e finanziato per altri cinque anni: per cui non ci resta che aspettare pazientemente e goderci lo spettacolo quando arriverà (in ritardo, sicuramente).

Sono tante le serie TV che ho apprezzato in lungo e largo, ma sono pochissime quelle per cui ho utilizzato il termine “capolavoro”: ecco, Westworld è un capolavoro.

La prima stagione rimarrà comunque un vero punto di riferimento nel mondo della serialità, perché porta il livello di complessità interna a un livello inesplorato persino per un totem come Lost. La speranza è che non faccia la fine di Lost che, giudizio squisitamente personale, nelle ultime 2 stagioni (e mezzo, forse 3) si è perso per strada.

C’è tutto il materiale per segnare una vera svolta nella storia delle serie TV: Jonathan Nolan, per fortuna, ci lascia molte speranze in più.

PS: anche l’intro è eccezionale.

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