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Di fronte a lui, il sole sta finendo di tuffarsi nel mare. All’orizzonte resta  ormai soltanto una sottile falce arancione, infuocata, che sembra slabbrarsi sulla superficie piatta e levigata come se l’acqua non sia capace di contenerla. Quando si è seduto, il sole era ancora tutto fuori e la sabbia fine era umida e bagnata dalle onde pigre e bassissime; ora, la placida risacca si è spostata di un paio di metri verso il sole morente, arrendendosi alla bassa marea, e gli ultimi raggi del tramonto hanno tinto di rosso i granelli bianchi, facendoli prima luccicare come rubini e poi asciugandoglieli intorno.

sunset

Se ne sta lì seduto a fissare il mare, le mani conficcate nella sabbia e rivolte all’indietro come per un invito, le gambe distese e il respiro scandito dal monotono frangersi delle onde. Fissa il mare e pensa, consapevole del vuoto alle sue spalle, un vuoto fatto di ombrelloni portati via e di sdraio ripiegate, di sabbia pettinata e di rocce spazzate dal vento. Un vuoto fatto dell’assenza di lei. Molto più indietro, oltre la fila di casette bianche, oltre le rocce brulle e levigate che scendono verso la cala, il brusio serale dell’isola che inizia a risvegliarsi — o si appresta a dormire — gli arriva attutito, quasi irreale. Un fremito alle sue spalle e la sagoma svelta di un coniglio scompare a grandi balzi sulle rocce. Mentre osserva l’ultimo rubino di sole scomparire nella distesa piatta — che ora ha assunto un colore simile al grigio ferro che sente pericolosamente farsi strada dentro di sé — una lacrima gli scorre su una guancia. Chiude gli occhi irritati dalla salsedine e arrivano i fantasmi, subito, quasi fossero rimasti tutto quel tempo in attesa di essere proiettati sullo schermo delle sue palpebre chiuse.

Una bambina, dolce e delicata e sorridente, che gioca nella sabbia, una paletta di plastica in una mano e l’altra a impiastricciare fanghiglia. E poi fast forward, la stessa bambina qualche anno dopo, che pedala al tramonto: si materializza nell’aria tra lui e il mare come un film che ancora dev’essere girato.

Bambina in bicicletta
… come un film che ancora dev’essere girato

 

Una donna, capelli neri e arricciati come molle, gambe tornite e pelle abbronzata, protezione zero e occhialoni neri a nascondere lo scintillio nocciola, che legge un libro al sole sollevando di tanto in tanto lo sguardo per controllare la figlia.

Una donna, capelli di caffè e pelle di seta sudata, occhialoni neri a forma di occhi di gatta, che sorride e si sporge verso di lui e gli bacia le labbra e poi ride e lo bacia ancora.

Una bambina, le gambe e le braccia paffute e lo sguardo privo di ombre, che corre verso di loro e gli si butta addosso, facendolo ridere.

Voci. Parole. Qualcosa dentro che è tanto grande da non poterci restare.

La lacrima gli fa il solletico, la tentazione di spostare una mano dalla sabbia per asciugarla è forte, ma lui non lo fa. L’ha promesso a lei, le ha promesso che non avrebbe spostato le mani per nessun motivo al mondo.

Che il sale si confonda con altro sale e insieme si asciughino per sempre.

Non la sente arrivare. Non con le orecchie, no. La sente arrivare con tutto se stesso, sente ogni poro della sua pelle allargarsi, il cuore salirgli fino in gola, il tremito rendergli incerti i gomiti, e capisce che lei l’ha visto.

Non sa ancora quanto è lontana.

Si sforza di non voltarsi. La sua è una lotta feroce contro se stesso e contro il desiderio di guardarla, di vederla, di sapere che anche lei lo sta guardando.

Non si volta. L’ha promesso a lei. Le ha promesso di non voltarsi.

Un fremito di sabbia. Appena dietro di lui.

Poi, una scarpa che gli schiaccia la mano destra, seppellendola ancora di più. Un istante più tardi, anche l’altra. Lui sorride: quel peso, quel modo di premere, quelle suole: non potrebbero essere di nessun altro.

“Ciao amore mio”, sussurra.

Lei, in piedi alle sue spalle, non dice nulla. Ruota il piede destro come se spegnesse una sigaretta e lui sente una scarica elettrica attraversargli il corpo. Una folgore di cui il dolore è solo una piccola, trascurabile componente.

“Ciao”, gli dice lei. Poi, subito: “No, non ti voltare. Voglio giocare ancora un po’.”

Sunset

Lui non si volta, anche se vorrebbe. Continua a osservare il mare, e sente l’altra scarpa trovargli il dorso della mano e premere, forte ma senza alcuna cattiveria. “Da quanto tempo sei qui?”

Lui esita, calcola. “Tre ore. Da quando sei andata via.”

Lei sposta i piedi, liberandogli le mani. “E non ti sei mai spostato? Mai?”

Un cenno di diniego. “Mai. È il mare che si è spostato indietro.”

Non può vederlo, ma percepisce il sorriso di lei. È come se un altro piccolo sole si sia appena acceso dietro la sua nuca.

“E hai pianto?”

“No”, sorride lui. “Soltanto una lacrima stupida, cinque minuti fa.”

Silenzio.

Poi: “Vieni, dai. Seguimi.”

Lui si alza e fa in tempo a vederla che, come una trottola di alabastro, prima si tiene in equilibrio su una gamba e poi sull’altra per togliersi le scarpe. Se le appende a un dito e le fa dondolare. Inizia a camminare verso la prima fila di ombrelloni.

Lui la segue. Senza voltarsi, lei gli chiede: “E perché la lacrima?”

“Nostalgia del futuro.” Nessuna esitazione nella spiegazione. “Sei un sogno così bello, un sogno che ho fatto così tante volte a occhi aperti, che ho sempre paura di svegliarmi e scoprire che non è vero.”

Piedi di una ragazza

La guarda camminare, guarda le sue gambe che faticano nella sabbia fresca e cedevole della sera. Lei si ferma davanti a una sdraio ripiegata, la solleva e la riapre, poi ci si adagia sopra. “Vieni qui.” Finalmente le vede il viso: le labbra sono rosee, sorridenti, gli occhi lucidi di emozione, le guance leggermente arrossate, i denti scintillanti di metallo. “Siediti in fondo alla sdraio, sulla sabbia.” Sorride.

Sorride anche lui e fa quello che lei gli ha detto.

“Non mi chiedi dove sono stata?” domanda lei agitandogli i piedi davanti al viso.

“No.”

Lei si solleva per un istante e gli accarezza una guancia. “Ti amo, sai?”

“Oh sì, lo so. Quando non lo so è per la paura del sogno… quella che ti dicevo prima.”

Lei torna a sdraiarsi. Gli spinge un piede sul volto, lo adopera per accarezzarlo. Gli spinge all’indentro una guancia con la pressione delle dita. “Leccami i piedi, amore mio. Toglimi la sabbia dai piedi con la lingua, voglio sentirla che ti scricchiola tra i denti.”

… voglio sentirla che ti scricchiola tra i denti

Lui si sporge in avanti e, con il cuore che gli martella in ogni giuntura, le bacia i piedi e poi inizia a leccare la pianta, raccogliendo ogni granello di sabbia. Lo sguardo sempre fisso sul volto di lei, reso pressoché invisibile dall’ombra della sera. E, quando inizia a succhiarle le dita, una dopo l’altra, finalmente vede i suoi occhi abbassarsi a metà, farsi lontani, sommersi, e capisce che è arrivato il desiderio. Continua a leccarle i piedi, sempre più appassionato ora che sa che in lei sta montando l’eccitazione.

E, mentre raccoglie con la bocca la sabbia che lei ha calpestato apposta per lui, lei allarga una gamba e ne approfitta per togliersi le mutandine.

“Hai paura che io possa desiderare qualcun altro?” gli domanda allargando le gambe e mostrandogli un’orchidea di intime pieghe rosate sormontate da una strisciolina verticale di peli corti.

“Oh sì, tanta. Come potrei non averne?” risponde facendo una pausa.

Lei scatta rapida, felina, gli afferra la nuca con una mano e gli preme la faccia contro il fiore già dischiuso. Gliela tiene premuta lì, poi muove il bacino su e giù e gli strofina il naso con i propri umori.

“Non mi lavo da stamattina”, dice, continuando a schiacciargli la faccia contro di sé. Poi: “Dimmi, senti forse l’odore di qualcun altro? Oppure senti soltanto il mio?”

“Solo il tuo, amore. Solo il tuo.”

Lei sorride. “Allora leccami. Leccami, che voglio venirti in bocca.”

E lui chiude gli occhi e sogna. Lui chiude gli occhi e smette di esistere. Lui chiude gli occhi e tutto il suo essere si sposta nella lingua e nella bocca, si ricolma del sapore di lei, si struscia contro la pelle intima e umida di lei, raccoglie e succhia ogni goccia ogni stilla ogni minuto che lei ha trascorso senza di lui e lo inghiotte, lo fa suo, se ne riappropria. E intanto la sente gemere, la sente fremere, la sente agitarsi e la guarda, la vede con gli occhi chiusi e le mani allungate in avanti fin sopra la sua testa, guarda le sue gambe e il suo ventre e continua a leccarla, facendole sentire tutto l’amore della sua lingua.

L’orgasmo arriva come le arriva sempre: una stilettata che la fa contorcere e gridare e per un istante gli stringe la testa nella morsa delle cosce fino quasi a farlo soffocare. Poi si placa, si infrange contro la faccia di lui come le onde alle sue spalle accarezzano la sabbia liscia.

Lei ansima un po’, poi finalmente lo guarda e gli parla. “Mi sei mancato.”

“Anche tu.”

“Perché quella lacrima?”

“Te l’ho detto. Nostalgia del futuro. Immaginavo io, te e Alice su questa stessa spiaggia. Lei andava in bicicletta e rideva guardandoti. Da quando me l’hai accennato l’altro giorno, prima di partire, non sono più riuscito a togliermi l’immagine dalla testa.”

Lei sorride. “Allora non era una lacrima triste.”

Sorride anche lui, e scuote la testa. “No. Tutt’altro.”

Lei protende le braccia verso di lui, come fosse un bambino. Allarga le gambe ancora di più. “Vieni. Vieni da me. Ti voglio dentro.”

E lui entra. Un unico movimento, umido e caldo e fluido, e sono una cosa sola sull’unica sdraio non ripiegata di tutta la spiaggia. Alle spalle di lui, il mare continua a scandire il suo ritmo assonnato. Alle spalle di lei, il brusio delle cicale si attenua, si stempera, scompare.

“Ti amo”, gli sussurra lei all’orecchio assecondando i suoi movimenti.

Palma

Lui le bacia le labbra, cerca la sua lingua, la trova, la succhia, le passa qualche granello di sabbia nella bocca, lei ride e fa finta di sputacchiare.

Ma non smette di muoversi contro di lui.

“Facciamola ora”, dice a un certo punto. “Ora. Realizziamo il nostro sogno. Adesso.”

Lui si ferma. Si immobilizza, conficcato dentro di lei come se non ne fosse mai uscito e non ne fosse mai entrato, come fosse nato lì e lì destinato a trascorrere lì tutta la sua vita.

“Ora”, dice lei di nuovo.

“Ora”, sussurra lui, e ricominciano a danzare l’uno dentro l’altra.

Visti da lontano, sono l’unico puntino scuro che si muove nel crepuscolo della spiaggia deserta. Intorno a loro, ombrelloni chiusi e sdraio ripiegate, sabbia pettinata e rocce spazzate dal vento che, da questa distanza, sembrano minuscole venature bianche tanto piccole da sembrare finte.

È il mare a essere troppo grande. Infinito, piatto come uno specchio, impossibile da scrutare come il futuro, eppure presente, sempre, a pulsare nel mondo il suo ritmo di cuore instancabile.

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Cartoon

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